The Tiger: An Old Hunter’s Tale

Voto dell'autore: 4/5
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Il cinema coreano sembra aver ritrovato negli ultimi anni una nuova forza propulsiva che sta producendo un profluvio di film tendenzialmente medi, ma che formano un buon humus vitale all’interno del cinema di genere locale. Mancano i nuovi grandi nomi che fecero da cassa di risonanza per il cinema del paese, o meglio, quei nomi ancora ci sono ma non c’è stato un vistoso ricambio o l’emergere di figure rilevanti come quelle del passato. Ci sono però dei personaggi sopra la media che producono ottimi oggetti popolari e Park Hoon-Jung è uno di questi. Nato come sceneggiatore (I Saw the Devil e The Unjust) ha portato questa professione di cui è eccellente esecutore all’interno di un cinema di cui è diventato anche regista. I film di Park infatti si fanno notare per una scrittura particolarmente curata, calibrata e funzionante, di matrice occidentale e per avere la possibilità e la volontà di perseguire la scelta di spingere il pedale fino in fondo nelle direzioni preferite spesso quelle della violenza più esagitata. Se nel campo del noir, sia in regie che in sceneggiature per terzi, ha dato il meglio di sé, mentre attendevamo l’annunciato sequel del suo magistrale New World ci troviamo di fronte un film inaspettato e che mostra la volontà di non adagiarsi sugli allori e un tentativo di esplorare strade del tutto nuove.

The Tiger: An Old Hunter’s Tale è un film in costume ambientato durante l’occupazione giapponese. In una montagna, territorio di cacciatori, è presente uno squadrone di occupanti e la passione del comandante è quella di possedere rare specie animali impagliate. Nella montagna in questione vive una enorme tigre con un occhio solo, non particolarmente aggressiva se non provocata e che viene adorata dai popolani locali come una divinità. E poi un drappello di personaggi ognuno perfettamente caratterizzato e i cui legami sono mostrati tramite un abile gioco di incastri narrativi. Qui vive anche un infallibile cacciatore (interpretato da uno straordinario Choi Min-sik) che si prende cura di suo figlio (Sung Yoo-Bin) dopo che la tigre gli ha ucciso la moglie. E un gruppo assortito di cacciatori arrivisti.

Il film è decisamente lungo, forse troppo, ma usa la sua estesa durata per far crescere a poco a poco la tensione e le dinamiche caratteriali dei personaggi. Si evolve, muta direzione e forma e sorprende. Perché se l’inizio è canonico sul finale il film muta in una sorta di film di samurai bagnati di codice cavalleresco dove però i suddetti samurai sono un cacciatore e la tigre stessa, dal “carattere” abbastanza umano interamente realizzata in digitale in maniera mediamente credibile (a differenza degli altri animali, meno curati).

La regia è mimetica alla narrazione, funzionale e regala due battute di caccia almeno, che si riducono ad una macelleria monumentale di centinaia di persone, senza lesinare nel sangue. Gli attacchi della tigre sono virtuosistici e folgoranti nella resa e in più di un momento il film sembra evocare -in meglio- l’acclamato The Revenant di Inarritu (Di Caprio potrebbe andare a scuola da Choi Min-sik, in effetti).

Soliti finali multipli e una durata eccessiva sono i difetti maggiori del film che ha però il pregio di arrestarsi ogni volta che la narrazione sembra andarsi ad ingolfare in punti di non ritorno. Una gradita sorpresa.

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