The Trail of The Broken Blade

Voto dell'autore: 4/5
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Bellissimo wuxia targato 1967, forse un po’ grezzo per quanto riguarda la messa in scena e le coreografie dei combattimenti: Liu Chia-liang  e Tang Chia stavano ancora affinando le tecniche, anche se ad onor del vero nello stesso anno usciva il cult  One-Armed Swordsman e l’anno successivo il fondamentale Golden Swallow. Ci piace pensare che questo “piccolo film” sia insieme a The Magnificent Trio dell’anno precedente il terreno di prova generale per i futuri capolavori del maestro; infatti si possono quì riscontrare seppur in maniera abbozzata tutti i temi cardine della sua cinematografia: l’amicizia virile tra uomini (cameratismo), misoginia, le donne che ricoprono spesso un ruolo marginale: o sono intrattenitrici di bordello, o amori impossibili che portano all’autodistruzione. Infine i valori degli antichi guerrieri come codice di vita (direi che in questo caso si sente l’influenza del cinema chanbara giapponese al quale lo stesso regista guarda come fonte di ispirazione), lo stesso The Magnificent Trio non è nient’altro che un remake del bellissimo Three Outlaw Samurai di Hideo Gosha con il carismatico Tetsuro Tamba. Questo The Trail of the Broken Blade traccia le coordinate del melodramma eroico di Chang Cheh, i personaggi “burattini” si muovono in un “mondo-teatro” dove il destino è già stato tracciato, perenni pedine in balia delle proprie sanguigne emozioni, impossibilitate a cambiare il proprio fato se non con la morte.

…In un mondo dove i più forti dettano legge con la violenza, dove i branchi di fuorilegge abusano dei più deboli togliendo ogni rispetto e fiducia, gli eroi “bianchi” di Chang Cheh sono dei paladini con antichi valori morali, pronti ad amministrare la giustizia con risoluta ferocia e determinazione ferrea, s’immolano per “la giusta causa” affinché il bene e la quiete tornino a regnare in armonia con la natura, come se il loro sangue sparso sul terreno fosse il giusto concime per una nuova rinascita…la speranza per un nuovo inizio!…
E’ notte, un uomo di bianco vestito armato di spada s’intrufola in un palazzo, scavalca i muri con doti sovrannaturali, si muove sui tetti con la facilità propria dei gatti, entra in una stanza da letto ammantato nelle ombre: nei suoi occhi arde il fuoco della vendetta, in pugno strige il mezzo per compierla. “Sono Li Yueh” grida, dal letto si alza un uomo di mezza eta’ impaurito, “hai ucciso mio padre ingiustamente, io sono qui per vendicarmi”. A nulla servono le preghiere del vecchio, con un gesto rapido e preciso Li Yueh taglia la gola all’uomo e con altrettanta agilità si allontana nella notte, le guardie che arrivano sul posto vengono uccise senza nemmeno rendersene conto, tale è l’abilità dello spadaccino bianco….
Partono delle musiche tradizionali cinesi accompagnate da una voce che canta in tono malinconico e al contempo epico:
“Ho ucciso l’assassino di mio padre, dovrò fuggire prima dell’alba, viaggiare solo per il mondo vivendo sotto mentite spoglie… oh casa..dove sei casa…questo tramonto mi spezza il cuore..un uomo non piange così facilmente…..nemmeno queste vallate riescono a confortarmi”. Sin da subito entriamo a far parte del mondo triste e dal futuro incerto di Li Yueh (Jimmy Wang Yu), costretto a vivere nascosto come un reietto accontentandosi di lavori umili, abbandonando per sempre la sua amata Liu Xian (Ching Ping) e una vita normale, ma il destino si è gia’ messo in moto: i due amati si rincontreranno presto, anche se gli eventi messi in moto  saranno devastanti per le loro vite.
Passano anni, lo spadaccino Fung Jun-zhao (Kiu Chong) salva da un agguato la bella Liu Xiang e se ne innamora, la donna però inconsolabile per la perdita del suo amore non può ricambiare. Fung Jun-zhao decide di dedicare la propria vita alla donna che ama, così facendo parte alla ricerca di Li Yueh per riportarlo dalla sua donna (un comportamento del genere ai giorni nostri potrebbe essere un pò forzato, ma l’impianto scenico e il codice di questi cavalieri erranti rende il tutto poetico, romantico e dannatamente drammatico). L’incontro avviene per caso e tra i due, accomunati dallo stesso modo di veder le cose, nasce un’amicizia che intreccerà i loro destini ben più di quello che ci si possa aspettare, nel frattempo la banda di assassini dell’isola del pesce volante si è messa sulle tracce di Fung Jun-zhao reo di aver ucciso alcuni uomini del clan durante l’agguato a Liu Xiang.

La perfezione che sin qui si è quasi sfiorata subisce una battuta d’arresto, infatti, tutta la parte centrale del film risulta un pò troppo annacquata con un bel 10 minuti in meno questo film sarebbe stato pressoché perfetto.
Nel finale Li Yueh decide di sacrificarsi  (non potendo tornare ad una vita normale) e recatosi a nuoto sull’isola “del pesce volante” da inizio ad una carneficina atta ad eliminare il problema alla radice, affinché il proprio fratello-compagno Fung Jun-zhao possa vivere felice ed in serenità con Liu Xiang (già a questo punto seguivo il film con le lacrime).
Tutto il gran finale è un susseguirsi di duelli all’arma bianca con buona inventiva, un uso sporadico, ma ragionato del wirework, ovviamente non manca l’emoglobina (sempre molto generosa nei film di Chang Cheh) e un uso vivace del montaggio che rendono il tutto omogeneo e di grande effetto. Se i combattimenti fossero stati leggermente diluiti anche nella parte centrale il film ne avrebbe certamente tratto beneficio.
Una piacevole sorpresa, pur con tutte le imperfezioni del caso lo spettacolo è assicurato. Di una cosa siamo sicuri, lo spettatore non dimenticherà facilmente il finale straziante strappalacrime.

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