The Viral Factor

Voto dell'autore: 3/5
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TheViralFactorSembra quasi un ideale nuovo film di Tony Scott questo oggetto da 200 milioni di dollari di Hong Kong con tutti i pregi e i difetti del caso. D’altronde Dante Lam ha avuto sempre la tendenza ad una visione dell’azione più di matrice statunitense (fatte le dovute eccezioni di film come The Beast Stalker). E questa volta con un budget sorprendente riesce a portare a compimento un action classico come forse mai si era visto ad Hong Kong; la resa è -come dicevamo- prettamente hollywoodiana ma per una volta non ci troviamo di fronte ad un tentativo di “vorrei ma non posso”. Due erano le scuole di pensiero ad Hong Kong riguardo l’azione, il “vorrei ma non posso” e l’allontanarsi del tutto da una visione occidentale e reinventare in toto le dinamiche dell’azione. In questo caso Lam gioca esattamente con tutti gli elementi dell’azione statunitense, con competitività anche visiva ponendosi di base allo stesso livello. Ha però delle carte in più da giocare prima tra tutte lo sprofondare l’azione in contesti architettonici perennemente affollati di centinaia di comparse; sparatorie in stazioni dei treni stipe di persone, inseguimenti automobilistici in viuzze affollate di tavolini e di bar, esplosioni per strada tra la gente, scontri automobilistici nel mezzo delle autostrade intasate dal traffico. Come ulteriore anomalia fascia il tutto di una perenne violenza  sanguigna che mostra un’azione verosimile ma al contempo spropositata e addensata di stunts pesantemente dolorosi. Il tutto per due continue e intensissime ore dislocate in un florilegio di set esotici, dall’inizio in Giordania passando per Pechino, Hong Kong, Xi’an, Vietnam, Thailandia e Malesia e chiudendo il film con un sorprendente inseguimento di elicotteri tra i grattacieli. Come penalità ha invece una storia di matrice melodrammatica che oltre ai due protagonisti non caratterizza adeguatamente nessuno dei numerosi altri personaggi rendendo la narrazione priva di qualsivoglia interesse e complicità con lo spettatore. Ci troviamo così di fronte ad un mastodontico muro di due ore di ottima azione poggiata su una storia esile anche se sulla carta intrigante e con un finale retorico probabilmente messo lì per allettare la commissione di censura cinese.

Due fratelli sono separati in giovane età; uno (Nicholas Tse) resterà con il padre (un bravo Liu Kai-chi ) e entrerà nel mondo del crimine mentre l’altro (la super star taiwanese Jay Chou) rimarrà con la madre e diventerà un poliziotto. Nel mezzo contrabbandieri di virus letali capitanati da un cinico  mercenario (Andy On).

Complesse e mirabolanti le coreografie action gestite dal veterano Chin Kar-lok, regalano una prova nel genere di sorprendente potenza e inventiva. Un film per capire come l’industria di Hong Kong possa ancora produrre enorme cinema di intrattenimento se adeguatamente prodotto, anche se come spesso accadeva, e ancora accade, dovrebbe porre più attenzione alla partitura narrativa visto che il cinema locale non è più quello di 15 anni fa quando anche a fronte di una narrazione esile l’immaginario tecnico/visivo e un buon personaggio/attore potevano trascinare avanti l’intera baracca da soli.

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