The Wailing

Voto dell'autore: 3/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [4,00/5: 8 voti]

Na Hong-jin è un mestierante con l’ambizione da autore, ambizione che fa si che continui a scriversi i film da solo. Non un produttore in Corea del Sud che gli consigli il contrario o gli affianchi un professionista. Perché il suo problema maggiore è proprio quello, la sceneggiatura. Storie dall’ambizione “realista” o “verosimile”, annegate nel nero pece di un contesto urbano o rurale ma stuprate da svolte narrative e situazioni totalmente pretestuose e campate in aria.
Fin dal suo acclamato The Chaser che per chi conosce un po’ il cinema coreano si risolveva in un thriller nella media del cinema locale, per passare al pasticciato e inesorabile The Yellow Sea fino alle due inspiegabili ore e mezza di questo The Wailing di cui sono arrivati i primi commenti positivi dal Festival di Cannes.
Va subito detto che si tratta del suo film migliore, non per meriti particolari o macroscopicamente più rilevanti rispetto alle precedenti prove ma principalmente per l’originalità della storia narrata, uno strano mélange di già visto (la provincia, i poliziotti perdigiorno, delitti brutali, elementi proposti infinite volte con successo in venti anni, da Memories of Murder in poi) e azzardate partiture inventive composte di “zombie”, contaminati, demoni, esorcismi, stregoneria, magia nera. Chissà cosa è successo in Corea del Sud negli ultimi tempi tale da imporre temi particolarmente occidentali nei film dello stesso anno (ci viene subito alla mente il discutibile e affine The Priests), come appunto la religione cattolica, i sacerdoti, esorcismi e possessioni.
The Wailing parte come classico thriller rurale coreano, inserisce poi indizi di demoni giapponesi, abbondanti dosi di violenza, per poi finirla con citazioni bibliche palesi, improvvise, abbondanti e farneticanti. Tutto a comparti stagni, a blocchi secchi, separati e giustapposti.
La lunga durata non viene incontro allo spettatore, tra lungaggini, giri a vuoto, reazioni e svolte narrative del tutto improbabili e pretestuose.
I tempi sono tutti discutibili, i personaggi seguono percorsi e ingressi in scena sballati, la reiterazione di alcune sequenze è ingiustificabile e allunga solo il brodo senza portare ad una maggiore deflagrazione del pathos o della tensione.
Il problema della sceneggiatura purtroppo si riflette sulla comunicazione e il talento di alcuni attori, alcune buone location e qualche soluzione generica non riescono a gestire e convogliare adeguatamente l’emotività del fruitore, lasciandolo di nuovo freddo di fronte ad un concept sulla carta particolarmente stimolante ma sulla resa finale pasticciato e confusionario.

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