The Warrior’s Way

Voto dell'autore: 4/5
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The Warrior’s Way è un anomalo e unico frullato filmico colmo di numerosi umori e entità. Fin dal titolo che evoca il bushido giapponese, in una produzione di base neozelandese e coreana con il nome di Nansun Shi (la moglie di Tsui Hark) come produttore esecutivo, uno stunt coordinator (Augie Davis) e la Weta agli effetti, entrambi dal set de Il Signore degli Anelli, ai duelli il coreografo marziale giapponese Yûji Shimomura, già regista di Death Trance e action director di Versus e un regista e sceneggiatore sudcoreano, Sngmoo Lee. Stessa situazione nel cast che avvicenda il coreano Jang Dong-gun (The Coast Guard), la californiana Kate Bosworth, il qui ottimo caratterista australiano Geoffrey Rush e il veterano attore hongkonghese feticcio di Chang Cheh e John Woo, Ti Lung (A Better Tomorrow) nei panni di un monolitico villain.

In Giappone, un guerriero invincibile di un clan in perenne lotta ha ormai sterminato il gruppo rivale ma di fronte all’ultimo nemico, un neonato, si ferma e fugge deciso a cambiare vita. Approda in pieno far west, in una bizzarra città/circo fantasma e dovrà prima battersi contro dei violenti cowboy e poi fronteggiare la sua nemesi sottoforma di un esercito di letali ninja.

Se visivamente il film può evocare in parte umori hollywoodiani come 300 e dall’altra blockbuster cinesi come La Foresta dei Pugnali Volanti, ha però la forza e il coraggio di allontanarsi da entrambi creando un riuscito prodotto che sembra una versione arricchita di certo v-cinema giapponese, in cui la ripresa su green screen e l’invadenza della computer grafica ha fortunatamente una valenza perennemente antinaturalistica. E se è vero che il film è ovviamente penalizzato da momenti di retorica, esotismo e prevedibilità, va anche ammesso che riesce ad elevarsi più di tanti prodotti simili dai limiti precedentemente citati (quando l’occidente tocca l’Asia di solito i risultati sono mediamente catastrofici) inserendo trovate visive e narrative personali e assolutamente riuscite. Alla fine anziché dalla Weta e le altre aziende accreditate sembra quasi un film effettato dalla Shirogumi, con i suoi decòrs astratti e eterei, con i cieli acidi, i compositing forzati, degli ottimi costumi, un riuscito character design, degli scontri ben realizzati, coreografati e a tratti anche mediamente violenti e sanguigni. Inaspettatamente quindi The Warrior’s Way si rivela un film medio di puro intrattenimento con personaggi risaputi ma funzionali, una buona progressione narrativa e dell’azione onestamente ben confezionata. Un miracolo prodotto da un assurdo stuolo di nomi e tecnici di diversa e particolare provenienza (sia essa geografica che culturale).

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