The Way To Fight

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The Way to FightOsaka, anni ‘70. Kazuyoshi è un giovane attaccabrighe dal pugno facile, che si trova spesso e volentieri a difendere il timido amico Toshio dalle aggressioni degli altri bulli della scuola. A completare il gruppo di amici si aggiunge Ritsuko, l’unica persona in grado di sbeffeggiare Kazuyoshi per le sue rozze maniere e di cui Toshio è segretamente innamorato. Un giorno comincia a girare voce che un ragazzo di un’altra scuola, Takeshi, abbia massacrato di botte lo stesso gruppo di bulli che solitamente molestano Toshio: comincia così la rivalità tra Kazuyoshi e Takeshi, entrambi in cerca di un confronto che viene continuamente rimandato a causa di alcuni imprevisti, e quando sembra arrivare il momento dell’inevitabile scontro, altri imprevisti vanno a distogliere l’attenzione dei due.

Anni ’90. Kazuyoshi e Takeshi sono diventati dei campioni nelle loro rispettive discipline (il primo nel pugilato e il secondo nel wrestling), e finalmente sembra essere arrivato il momento per la grande sfida tra i due…

Schiacciato tra due treni in corsa quali Shinjuku Triad SocietyFudoh: The New Generation, tra i primi film del regista giapponese ad essere ben inzuppati di sangue, potenti e diretti, The Way to Fight (ma il titolo completo aggiunge anche “la leggenda dei più forti di Osaka”) rischia certamente di passare inosservato e confondersi con gli altri lavori che il regista gira per il v-cinema nello stesso periodo. E sarebbe un peccato trascurare questo importante lavoro di Miike, un dramma nostalgico incentrato sul coming of age dei protagonisti, dal ritmo più pacato e visivamente meno eccessivo dei due film sopracitati. La sfida tra Kazuyoshi e Takeshi è in realtà un semplice pretesto per inscenare uno spaccato di vita dei quartieri popolari di Osaka – città natale di Miike – di un non ben precisato periodo degli anni ’70 (il fatto che la vicenda si svolga in un fantomatico anno 197X non fa che aumentarne la carica nostalgica), dove prendono vita personaggi che non devono essere troppo diversi da quelli conosciuti dal regista nei suoi anni della giovinezza. I due antagonisti, Kazuyoshi e Takeshi, sono fin da subito posti davanti a situazioni similari – lo scontro con la gang di bulli – e in questo modo il regista pone già le basi per un confronto tra i due, entrambi spavaldi e con una gran voglia di menar le mani quando anche essi in realtà non sono poi così differenti dal resto dei ragazzi che popolano la scuola: Kazuyoshi, che dei due è il più rozzo e sbruffone, vive con la nonna che non ci pensa due volte a bastonarlo, mentre Takeshi viene ben presto ridimensionato da un giovane e imberbe istruttore di karate che proprio per questo diventerà il suo maestro, un’esperienza che lo porterà a capire cos’è l’umiltà. Due giovani che vogliono ostentare il loro machismo ma che in fondo sono umani e si fanno sbeffeggiare persino dalle donne, come nel caso di Kazuyoshi, vittima degli scherzi di Ritsuko ma anche delle punizioni della nonna. Attorno ai due galli che scorrazzano nel pollaio gravitano altri personaggi su cui Miike si sofferma in maniera tale da rendere quanto più variegato e ampio possibile questo affresco dal sapore agrodolce, che anticipa quello che verrà poi perfezionato nei successivi Young Thugs: Innocent Blood Young Thugs: Nostalgia, due film a cui il regista è sempre stato particolarmente legato (guarda caso, ambientati entrambi dalle parti di Osaka). L’introverso Toshio, che recita versi dell’Othello in riva al fiume, che non riesce ad esprimere il suo amore a Ritsuko, che si vergogna del proprio padre malato di mente, è una figura che apparentemente si pone all’opposto dell’amico Kazuyoshi, ma che quando viene provocato da un avventore del bar (interpretato dallo stesso regista, che per la prima volta compare in un suo film) scatena la propria rabbia repressa e lo accoltella per poi lasciarlo agonizzante in una pozza di sangue. Quando finalmente Toshio tenta di confessare l’amore che prova per Ritsuko, lo fa in maniera maldestra chiedendole se lei provi degli interessi verso Kazuyoshi. Questa particolare scena segna l’inizio della disgregazione del gruppo composto dai tre ragazzi, nonché un segnale che precede il termine dell’idillio adolescenziale. Miike si sofferma quindi sulle persone vicine ai personaggi principali, e oltre alla nonna di Kazuyoshi e al padre di Toshio, mette in scena anche il difficile rapporto tra Takashi e il padre alcolizzato (oltre a quello con la sorella minore, a cui è affezionato), o quello tra Ritsuko e la madre, che le intima di combattere e lavorare sodo nella vita. In una scena ricca di significato, la madre di Ritsuko irrompe in camera sua mentre la ragazza sta per cominciare a masturbarsi, alla scoperta della propria sessualità. E’ in questo tipo di rappresentazione corale che Miike rende al suo meglio, e senza dover per forza entrare in dettaglio nella vita dei suoi personaggi riesce, con poche ma dense pennellate, a rendere vive le figure che popolano i suoi lavori.

Le tematiche care al regista sono sempre ben presenti, in questo caso sono ovviamente la componente nostalgica, oltre alla contrapposizione tra l’innocenza dell’infanzia e la violenza dell’età adulta, a fare la parte del leone; a proposito di quest’ultimo aspetto, ci si soffermi sulla strepitosa scena che prelude a quella finale, che vede i due giovani – ognuno accompagnato dai propri sostenitori – scendere in campo, in procinto di sfidarsi. Sembra quasi di trovarsi di fronte a un duello simil-western, coi personaggi che si trovano in uno spiazzo polveroso pronti a saltarsi addosso, se non fosse che una zuffa nelle immediate vicinanze tra due ragazzini arrivi a coinvolgere tutti i presenti e la scena si risolva in una scazzottata tutti contro tutti come quelle dei film della coppia Spencer & Hill. Tante botte ma niente sangue, dagli anziani ai bambini tutti sono persi nella mischia, persino Kazuyoshi e Takashi, dopo un attimo di sbigottimento, si guardano e se la ridono di gusto, per poi lanciarsi anch’essi nel bel mezzo dell’azione. L’atmosfera che si respira è tutt’altro tesa e violenta, merito anche della musica da festa paesana che accompagna l’intera scena, i volti dei partecipanti alla rissa sono quelli di gente che si sta divertendo, e Miike, servendosi di stacchetti inequivocabilmente comici (come le scene che vedono una sorta di nerd ritardato “partecipare” alla baraonda), trasforma un immenso combattimento a mani nude in una festa giocosa. Ed è proprio da qui che è evidente come nei film di Miike la violenza sia un elemento totalmente estraneo al mondo dell’adolescenza, ma rimanga comunque ad aspettare al varco tutti quelli in procinto di sbucare nel mondo degli adulti (come ha potuto pregustare Toshio, per esempio, quando accoltella l’uomo al bar).

The Way to Fight è un importante tassello della filmografia di Miike anche perché vede per la prima volta affiancarsi al regista alcuni preziosi collaboratori che lo accompagneranno per lungo tempo. A partire dallo sceneggiatore Nakamura Masa, che condivide con Miike lo stesso tipo di sguardo nostalgico rivolto verso il passato, e che dopo questo film firmerà gli script di lavori come i due Young ThugsThe Bird People in ChinaAndromediaDead of Alive 2: BirdsBig Bang Love, Juvenile A, tutti titoli ove è fortemente presente l’elemento nostalgico e/o della giustapposizione tra adolescenza e maturità. Altro personaggio fondamentale che proprio con questo film inizia a collaborare col regista è il direttore della fotografia Yamamoto Hideo, amico di Miike fin dai giorni delle sue prime esperienze per la televisione, che lavorerà in quasi tutti i film che seguiranno, da FudohYokai Daisenso: il tocco di Yamamoto può ben considerarsi una componente fondamentale delle migliori opere miikiane.

 

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