The White-Haired Witch of Lunar Kingdom

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Cuori estratti dai toraci e cervelli di scimmia semifreddi in Indiana Jones e il Tempio Maledetto. Volti che si sciolgono al passare di angeli ne I Predatori dell’Arca Perduta. Tassisti zombie putrefatti e anziane che mutano in fantasmi oltre a continui ammiccamenti sessuali in Ghostbusters. Freak e pirati scheletrici ne I Goonies. Questi erano i grandi blockbusters americani degli anni ’80. Poi i budget sono aumentati e i blockbuster sono diventati della spazzatura inoffensiva e priva di qualsivoglia ombra di perturbante rivolta ad un pubblico privo di quoziente intellettivo. Un alibi per riversare in TV (fino ad allora ipocritamente il regno dorato della fascia protetta) gratuitamente sesso e violenza random creando la grande onda del fanatismo per le serie Tv “migliori del cinema”.
E la Cina nella competizione aperta da grande potenza anche nel cinema, ha deciso che anziché reinventare delle soluzioni nel campo è più redditizio accoppiarsi alla deriva intellettiva del cinema statunitense. Almeno ha la scusante che questo cinema inoffensivo è comunque più ardito di quello del decennio scorso.
Sia maledetto il giorno che in Cina hanno iniziato ad utilizzare il blue screen visto che ci stanno facendo danni parimenti (e a tratti peggiori) di quelli degli Stati Uniti.
Troviamo quindi il regista del venefico Battle of Wits alle prese con l’ennesimo fantasy ipereffettato e arcobalenico ad alto budget che a sua volta è un temibile remake del classico The Bride with White Hair di Ronny Yu. Evitiamo paragoni ma il confronto è impietoso come lo è solitamente, tanto più grave tanto più è rilevante l’originale. Le scenografie ricostruite in computer grafica, esagerate, enormi, accecanti sono sulla stessa linea di altri discutibili remake da quello di Storia di Fantasmi Cinesi a quello di Green Snake.
Fan Bing-Bing con lenti a contatto blu è bellissima (e brava) ma nulla può contro il carisma spigoloso e sfaccettato della precedente Brigitte Lin. Ed è un piacere trovare Vincent Zhao Wen-Zhuo nel ruolo di un villain quando lo ricordiamo più che altro per essere il protagonista del The Blade di Tsui Hark.
E infatti ad una certa leggiamo nei credits proprio “artistic consultant: Tsui Hark”.
Difatti il film sembra essere una vacanza al mare per Tsui, che telefona al “suo” coreografo Stephen Tung Wai e si dirige quella folle scemenza equilibrista che sta ad inizio film e parte degli scontri marziali mediamente riusciti. E che ci infila di tanto in tanto alcune delle sue suggestioni lavorando sui costumi, sui loro dettagli e su varie maschere e accessori in acciaio per la copertura e difesa del viso degli eserciti. Uno Tsui ludico che va ad una SPA filmica per rilassarsi tra il suo nuovo profluvio di discontinui blockbusters cinesi.
Sono forse questi attimi a evitare di mandare avanti a doppia velocità il film e di resistere al tutto, non certo una sceneggiatura che avanza per inerzia e una incomprensibile parabola sentimentale creata con scrittura automatica e lontana anni luce dalle noti dolenti in punta di penna del predecessore.
Migliore di altri film del genere (tra cui i sopracitati) ma un ennesimo gingillo spaccabotteghini privo di rilevanti meriti artistici e che lascia praticamente nulla come la (quasi) totalità dei blockbusters dell’asse USA-Cina.

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