The White Storm

Voto dell'autore: 4/5
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Mentre in Cina si svolgeva la Drug War di Johnnie To in trasferta, ad Hong Kong era in atto la White Storm, la tempesta bianca, la lotta senza limiti al narcotraffico internazionale. Un Benny Chan in forma splendente questo che dirige il suo film più riuscito dai tempi del suo esordio, quel fondamentale e delicato A Moment of Romance. Per fare questo decide di muoversi sulle strade consolidate del cinema post Infernal Affairs e di quello stilizzato alla To. Ma per chi conosce bene il cinema locale non può non apparire lapalissiano come tutto il materiale di base provenga dal cinema di John Woo; non parliamo della semplice magniloquenza della messa in scena ma di Woo va proprio a carpire gli umori e il senso melodrammatico interno in quello che è a tutti gli effetti il Bullet in the Head di Benny Chan.
A tutto questo sommiamo il fatto che il regista è ancora uno dei pochi che si ostina a pretendere che le sequenze d’azione siano allo stato dell’arte e in perfetta coerenza con il passato; parte del budget lì viene investito e lì deve rendere alla perfezione. E infatti funziona in tutto, dalle lotte corpo a corpo alle vorticose sparatorie, alle sequenze automobilistiche fino a quando intervengono gli effetti digitali che in questo caso funzionano bene. Finalmente dopo un buon decennio in cui il cinema di Hong Kong ha vissuto di rendita cercando di sopravvivere riproducendo pedissequamente il passato senza budget, vitalità e calore, ora sta ricominciando ad investire energie e risorse nel proprio cinema con un discreto successo.

Ma non cede nemmeno nell’apparato visivo che regala una fotografia affascinante ed elegante e una regia d’altri tempi. Certo, poi le leggere cadute grossolane proprie del regista ci sono anche e il melodramma funziona magari a fasi alterne ma anche nel cinema di Woo era maggiormente incisivo quando toccava un contesto maschile virile, più che quando coinvolgeva esseri femminei. E’ un cinema di uomini questo, come molti noir di To, come quello di Woo, lontano dalla poetica di Tsui Hark; ma di uomini che soffrono, amano, si immolano e piangono. Insomma tutto quello che un tempo ci ha fatto amare il cinema di Hong Kong.

Ma un film del genere non sarebbe potuto funzionare se non avesse avuto al suo servizio lo stato dell’arte degli attori, in questo caso inoltre, diretti magistralmente. Lau Ching-wan, Louis Koo e Nick Cheung se la gareggiano a chi possiede maggiore talento e carisma ma anche Bern Ng, attore silente e laterale che raramente si nota, qua nelle poche sequenze in cui è protagonista riesce ad elevarsi ai livelli dei colleghi. Tutto intorno una pletora di caratteristi noti del cinema locale da Ken Lo Wai-Kwong a Ben Lam Kwok-Bun.

Uno dei migliori titoli dell’anno provenienti da Hong Kong e un film di genere di incredibile intelligenza e riuscita che sembra arrivare direttamente da quel ventennio dorato del cinema locale che tanto abbiamo amato.

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