The Woman Knight of Mirror Lake

Voto dell'autore: 3/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [3,00/5: 2 voti]

Il cinema d’azione di Hong Kong è sempre stato pieno zeppo di eroine leggendarie e di donne combattive, dai film di Tsui Hark (nella cui opera la figura femminile ha sempre rivestito un ruolo di primissimo piano) e di Ching Siu-Tung (impossibile non citare la splendida Asia The Invincible interpretata da Brigitte Lin) fino ad arrivare al meno nobile – ma non per questo privo di spunti – filone delle Naked Killer.');" onmouseout="tooltip.hide();">women with guns, esploso all’inizio degli anni novanta. Tra gli archetipi più storicamente noti di questa tradizione nel rappresentare la donna come guerriero vi è senz’altro la rivoluzionaria Qiu Jin, femminista, scrittrice e combattente vissuta a cavallo tra la fine del 1800 ed i primi anni del secolo scorso: The Woman Knight of the Mirror Lake è fondamentalmente una versione romanzata della sua breve ma intensa vita, raccontata tramite una serie di flashback che ne raccontano la turbolenta giovinezza, la conseguente fuga in Giappone ed il ritorno in Cina nelle vesti di condottiera. Il tutto attraverso l’occhio di un autore eclettico come Herman Yau, dai più ricordato – spesso erroneamente – come uno dei principali fautori del cinema più estremo di Hong Kong; giunto alla sua maturità professionale, il regista (che solo negli ultimi cinque anni ha diretto una quindicina di pellicole) imposta il tutto con un tocco decisamente retrò e dal basso profilo produttivo, in netto contrasto con la tendenza attuale dei grandi blockbuster cinesi in costume. Ed è forse questa la sorpresa più gradita del film, che soprattutto nelle sequenze di combattimento sembra quasi voler ricordare le opere del ventennio precedente: ricche coreografie marziali piene di inventiva ma soprattutto tantissimo wirework la fanno da padrone nelle sporadiche (ma intense) scene d’azione. Stupisce nello specifico una sequenza nella quale dei bombardamenti fanno letteralmente schizzare in aria i corpi dei poveri malcapitati, creando quel particolare, affascinante e “disordinato” effetto del quale ci si era un po’ disabituati negli ultimi anni. E a questo proposito andrebbe fatto un applauso a un coreografo raramente ricordato, quel Tony Leung Siu-Hung che in oltre trent’anni di onorata carriera ha mantenuto sempre alto il livello del suo lavoro, al contrario di altri suoi colleghi ben più blasonati ma oramai completamente bolliti. Certo andrebbe sottolineato che la vera Qiu Jin non fosse propriamente un’imbattibile maestra di arti marziali, ma in favore della spettacolarità una piccola licenza poetica non può che fungere da valore aggiunto. Tolte le ottime scene d’azione rimane un piccolo ed onesto biopic dal sapore alquanto vintage, senza i soliti sfarzi delle grandi produzioni mainlander ma comunque dall’avvincente afflato epico. Convince inoltre pienamente Huang Yi nel ruolo di protagonista assoluta, così come colpisce per bravura ed intensità – ma c’era forse da stupirsi? – la breve performance del solito Anthony Wong in un ruolo marginale. Herman Yau confeziona così l’ennesimo buon prodotto senza troppi lustrini, facendo tesoro unicamente del mestiere e dell’esperienza: una gradita riconferma da parte di un regista che non ha mai desiderato farsi notare troppo, ma che nel corso  dell’ultimo ventennio ha raramente deluso le aspettative. Una sicurezza assoluta per un cinema oramai arrancante – quello dell’ex-colonia inglese – che ha un assoluto e fisiologico bisogno di gente come lui (e di film di questo stampo).

CONDIVIDI: