The World of Kanako

Voto dell'autore: 4/5
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Tetsuya Nakashima in 10 anni ha seguito una mirabolante parabola. Partito dal basso con Kamikaze Girls che ne ha rivelato il talento, è salito con il suo classico e inarrivabile Memories of Matsuko per poi raggiungere il vertice con il barocco Paco and the Magical Picture Book, punto di non ritorno di un insostenibile cinema di maniera eccessivo e frastornante a livello visivo, in cui la storia è subordinata ad una messa in scena che rivendica un innegabile talento e un massimalismo di difficile sopportazione. Poi ha iniziato una interessante discesa con Confessions che nonostante il tema luttuoso continuava a offrire un gusto per l’immagine patinata e laccata, annegata in infiniti ralenti e trovate da spot pubblicitario che di nuovo finivano per soffocarne la componente narrativa e relativi personaggi. Infine è giunto al punto più basso sprofondando nel marcio con questo The World of Kanako; film inaspettato e ignorato che ha diviso la critica. Onore al regista che ha voluto (ri)mettersi in gioco abbandonando in parte l’universo pop cromaticamente saturo del passato per raccontare una violenta storia liberissima in stile pulp anni ’70. Tornano tanti suoi temi primo tra tutti il narrare e sentire i punti più oscuri e celati degli adolescenti giapponesi. Per farlo adotta uno stile quasi diametralmente opposto a quello dei precedenti film; via quasi tutti i ralenti, un montaggio serratissimo e frastornante, fotografia a tratti nera come la pece, piena di silhouette e zone d’ombra e di luci sparate in macchina. Arriva anche un tasso sopra la media di violenza e sequenze di sangue, sesso torrido, abusi, mentre una colonna sonora di nuovo ispirata e eclettica invade ogni zona, spezzata e singhiozzata da un montaggio che mescola tutto e lo schizza da ogni lato della progressione narrativa. La sequenza a montaggio alternato che mostra contemporaneamente un dialogo al buio in auto e la discoteca con relativo droga party, fotografata come un’istantanea di Instagram, con in sottofondo le Denpagumi.Inc prima, Daoko e le Trippple Nippple poi è una delle sezioni filmiche più belle viste nel 2014.

Akikazu Fujishima (Koji Yakusho), un uomo fallito, ex poliziotto, divorziato, alcolizzato, viene allertato dell’ex moglie (Megumi Hachitaya) perché la loro figlia Kanako (Nana Komatsu) sembra sparita da 6 giorni. La ricerca della stessa rivelerà un passato e un presente funesto e morboso oltre ad una visione infernale del sottobosco sociale giapponese.

E’ come se Marv di Sin City fosse il padre della Tomie del film omonimo e si muovesse nei luoghi di Enter the Void. Il tutto ovviamente non può che condurre a scontri sanguinosi tra Fujishima e di volta in volta poliziotti, gangster, uomini, donne e bambini, senza soluzione di continuità. E’ un continuo bagno di sangue in cui il corpo di Yakusho diviene sempre più un feticcio di carne macinata mescolata a frammenti della sua giacca strappata e insanguinata.

Maggior ritmo e rigore del solito (il film si sfibra un po’ solo nel finale), una monumentale prova da attore per Yakusho e i colleghi (due cinici Joe Odagiri e Satoshi Tsumabuki), dei titoli di testa animati di grande effetto, una colonna sonora ipnotica e inaspettata e il solito talento ormai appurato del regista. Un film inscatolabile, libero e epilettico, capace di cambiare pelle e ritmo ogni due scene, un tour de force visivo in più di un’occasione e uno sfogo ammirevole per il regista che dirige la sua opera migliore dai tempi di Memories of Matsuko. Ultraviolenza, partitura visiva acida e senso esasperato del grottesco a tinte pop si fondono insieme regalando più di una sequenza memorabile e un film di rilevante portata qualitativa, insperato.

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