The World Sinks Except Japan

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Probabilmente non si era mai visto un colossal catastrofico tanto povero prima d’ora. Ma probabilmente nemmeno così divertente.
Nihon Chinbotsu (Japan Sinks, 1973) è un classico della fantascienza letteraria mondiale, scritto da Komatsu Sakyo e –ovviamente- inedito in Italia. Nello stesso anno di uscita ne fu ricavata una versione cinematografica di enorme successo.
Nel 2006 ne viene messa in cantiere una nuova fortunata versione riaggiornata ai tempi dell’effettistica digitale, diretta dal regista del venefico Lorelei,  un colossal ricco, nazionalista e globalizzato che ottenne un discreto successo di pubblico.
Lo stesso anno esce il film The World Sink Except Japan, scoppiettante e poverissima parodia a sua volta tratta da un altro fortunato romanzo. Autore di questa nuova versione è nientemeno che Kawasaki Minoru, geniaccio già alla guida dei precedenti  Executive Koala e The Calamari Wrestler, che realizza una sorta di prove generali del futuro The Monster X Strikes Back: Attack the G8 Summit.
Nel film “ufficiale” si ipotizzava l’annientamento del Giappone da parte di cataclismi naturali inarrestabili e l’esodo della popolazione sopravvissuta verso il resto del mondo.
Kawasaki ne ribalta diametralmente l’assunto di base; tutto il mondo sta scomparendo lasciando galleggiare sulla terra solo il Giappone. E’ così che ciurme di popolazioni da tutto il mondo fuggono verso il Sol Levante tramutandosi ben presto in frotte di extracomunitari poco accettati. Se da una parte c’era la famiglia disgregata che cercava di unirsi, le famiglie scomparse e quelle adottive, qui si parte da coppie perfette, oltre il grottesco e se ne narra la dissoluzione, il tradimento, la fuga; da una parte la rottura era dell’individuo che voleva fuggire verso l’estero minando la coppia, ora è l’estero che giunge all’interno con lo stesso risultato.
Da una parte c’era lo scienziato/Cassandra che si faceva carico dei mali del mondo, qui impazzisce e si circonda di donne visto che sua moglie, da quando c’è stata l’invasione di uomini dall’estero, è divenuta una ninfomane.
La satira politica è sferzante e cinica, si muove per gradi e schemi, stereotipi e colpi classici, puntando continuamente al rialzo e al paradosso. Ecco così che tutti i capi di stato escono insieme in un pub, che i leader cinesi e coreani sono amici tramutati in giullari di corte per il presidente giapponese, mentre le scolarette fanno collette fuori dalle scuole per i poveri extracomunitari statunitensi.
Le trasmissioni televisive per aumentare l’audience introducono attori stranieri, ma falliscono visto che gli stranieri vivono in baraccopoli prive di televisioni e il pubblico locale odia vedere quotidianamente “extracomunitari” in tv. Così nelle serie tokusatsu (tormentone e base stessa del cinema del regista) i mostri spesso spiaccicano a pedate gli immigrati e così fanno anche –paradossalmente- i kyodai heroes buoni, per la pura gioia del pubblico ormai intollerante. Tutto questo fino alle logiche deportazioni presto messe in atto.

La mano del regista c’è tutta, anche in un film apparentemente lontano dalle proprie corde; affermazione poi in parte imprecisa visto che i protagonisti non sono altro alla fine che fantocci, involucri grotteschi di forma umana, paradossali né più né meno del precedente koala o kalamaro (che appaiono di nuovo –come in Kalamari Wrestler– in forma di gadget appesi al cellulare di un protagonista).

Un’opera divertente e tagliente, che sputa in faccia a tutti senza pietà, provocando un ebete e irresistibile riso.

 

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