The Younger Generation

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The Younger GenerationQuando melodramma vuol dire melodramma o quando wenyi pian vuol dire wenyi pian. Quaranta minuti per costruire e preservare il locus amenus, quaranta per raderlo al suolo e cospargerlo di una cortina di napalm sentimentale. Prima che arrivasse Chang Cheh a ribaltare con forza (e perché no, capacità) la situazione, tra Hong Kong, Cina e Taiwan venivano prodotti numerosi melodrammi disperati e intensi, spesso diretti con mano saldissima da ottimi registi e interpretati da attori invidiabili da ogni cinematografia. Accusare Chang Cheh di avere delle colpe per questo è sintomo di essere a nostra volta colpevoli di misoneismo. Il film prodotto dalla Shaw Brothers è uno degli esempi classici del genere, e contiene in seno tutte le caratteristiche che lo avevano reso uno dei filoni più fruiti dal pubblico locale. Non ci sono limiti alle violenze da infierire addosso ai protagonisti, e tanto più tempo si prenderà per descrivere la loro unità, far progredire ogni loro traguardo, descriverli felici, uniti, morali, tanto più lo spettatore soffrirà (e quindi uscirà gratificato) dalla visione.

I protagonisti interpretati da Ivy Ling Po e Yuen Fang sfidano i divieti dei genitori di lei e si sposano, fuggono dalla città e decidono di costruire ex novo il proprio nido d’amore in campagna. E’ realmente dura partire da zero, ma l’amore che li unisce, l’aiuto di una vicina, il lavoro intenso di lui (sia maestro che addetto in una cava di pietra) e la tenacità di lei, porta in poco tempo al raggiungimento di uno stato familiare idilliaco. Ma che casa è senza il calore e la frenesia di un pugno di pargoli? In breve tempo nascono cinque bambini e l’applicazione al lavoro permette alla famiglia di vivere senza stenti. I due personaggi però non hanno fatto i conti con il fatto di essere protagonisti di un melò. Così, in breve, Yuen Fang viene prima colto da una malattia e poi muore nel crollo rovinoso di parte della cava. Ivy Ling Po inizia a lavorare come sarta ma poco dopo toccherà a lei perdere la vita e lasciare i cinque ragazzini soli. Protagonista quindi diventa uno di loro, il più grande e maturo, che cerca di provvedere (invano) alla sopravvivenza degli altri. Nel climax della malasorte una delle ragazzine è venduta ad una losca megera che la avvia verso la strada della prostituzione.

Inutile è una vaga parvenza di catarsi evocata sul finale, una specie di sorriso a mezza bocca in mezzo ad un pianto a dirotto, ormai lo stato d’animo dello spettatore è stato compromesso. Precisa e rigorosissima la costruzione e successione degli elementi temporali messa in scena dal regista Yueh Feng (una novantina di film sulle spalle), senza frette improvvise o rallentamenti immotivati. Gli elementi classici melodrammatici sono messi in scena con mestiere, talvolta in modalità forse troppo meccanica e retorica, ma i climax di alcune sequenze sono memorabili; vale la pena citare la morte di Ivy Ling Po che insegue un palloncino sfuggito al figlio (lirica la sua corsa, con la visione del palloncino rosso in cielo che si deforma e moltiplica), la sua scoperta della morte del marito e la caduta di Yang Fang dalla bicicletta. Ivy Ling Po interpreta l’ennesima donna forte e decisa dei melò mandarini, mentre Yang Fang è un altro “uomo lacrima” volenteroso ma impacciato, una di quelle creature femminee che presto verranno rimpiazzate dagli eroi machisti e misogini dei film di arti marziali di Chang Cheh. Il figlio maggiore invece si posiziona a metà strada tra le due epoche della rappresentazione maschile cinematografica cinese. Interpretazioni sublimi e regia altamente ponderata per un melodramma che si può ritagliare una sua posizione notevole all’interno del genere.

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