The Cat

Voto dell'autore: 2/5
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Come ogni estate i cinema coreani si riempiono di horror mediocri che puntualmente realizzano buoni incassi, garantendo un certo “ricircolo” continuo di pellicole tutte uguali. La scorsa estate non ha fatto eccezione, anche se nel solito mucchio un film in particolare solleticava l’interesse degli appassionati: non solo perchè la figura del gatto ha già regalato al cinema dell’estremo oriente alcuni dei suoi momenti migliori (basti pensare al Kuroneko di Shindo Kaneto, uno dei grandi classici dell’horror nipponico) ma anche perchè alla produzione – nonchè alla base del soggetto – si nasconde l’idea di uno dei grandi del cinema coreano, Lee Chang-Dong (del quale il regista Byeon Seung-Wook è stato assistente in passato). Se a tutto ciò si aggiunge il solito ottimo battage pubblicitario fatto di splendidi poster e di immagini promozionali sopraffine, il piccolo bignami delle grandi aspettative è completo: inutile sottolineare la delusione dal momento in cui ci si accorge di trovarsi dinnanzi alla solita copia sbiadita di un j-horror in pieno stile Ring o Dark Water. Quest’ultimo in particolare sembra essere stata la fonte principale d’ispirazione per un film che offre sì qualche buon momento, ma che può risultare interessante solo a chi è rimasto completamente a digiuno di horror asiatici dal 1998 ad oggi.
La storia è quanto di più semplice: la giovane So-Young (Park Min-Young) lavora in un negozio di animali domestici e soffre di claustrofobia. Le indagini svolte insieme ad un amico poliziotto su una serie di misteriose morti di persone a lei care, tutte decedute in spazi stretti ed angusti, la porteranno a scoprire una terribile verità relativa ad un complesso residenziale abitato nelle sue fondamenta da numerosi gatti randagi. Il tutto scorre via piuttosto anonimamente, senza lasciare il segno, ed anche il crudo sottotesto che si cela dietro ai fatti narrati negli ultimi venti minuti non riesce a incidere quanto vorrebbe, colpa anche di una sceneggiatura fin troppo debole e priva della benchè minima originalità (tanto che anche le caratteristiche più affascinanti e misteriose dei gatti – che sulla carta sarebbero dovuti essere i veri protagonisti – riescono ad essere valorizzate a dovere, lasciando il compito dello spavento alla solita bambina pseudo-Sadako). Davvero un peccato, perchè il messaggio a livello prettamente sociale (che fossero proprio questi gli intenti di Lee Chang-Dong?) poteva anche essere interessante: messo così, invece, rimane soltanto uno dei tanti mediocri horror estivi coreani di cui si parlava in apertura.

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