Three [2]

Voto dell'autore: 4/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [4,33/5: 3 voti]

Il ricco giochino del 2016 di Johnnie To è il suo miglior film dai tempi di Drug War riuscendo forse anche a superarlo almeno in virtù dell’inventiva, dell’innovazione tecnica/tecnologica e della poetica interna.
Il regista torna al noir, anche se parzialmente laterale, ma mescolando in toto le carte in tavola. Qualcuno ha evocato il suo precedente e interessante Help!!! ma le somiglianze restano solo nella location principale o quasi; Three è interamente girato in un unico ambiente, un ospedale, principalmente in una stanza/corsia con alcune scene al piano inferiore, nei bagni e nei corridoi, totalmente ricostruiti in studio. Da Help!!! arriva anche un lieve sberleffo, un vago e inedito accento di ironia che percorre la metrica, quasi invisibile, accompagnato dalla fotografia che elimina in toto le lame di luce secche e i neri pieni tipici dei noir della casa di produzione lasciando spazio alle luci allargate e diffuse dei neon originari dei luoghi. Il tutto può produrre un tocco di spaesamento nello spettatore già consapevole del cinema dell’autore.

Ma To gioca, come ai tempi di un altro “tre”, il Triangle co-diretto con Tsui Hark e Ringo Lam, ma con maggiore levità rispetto all’altro “tre” di Trivisa, e usa questa scatola luminosa e paradossalmente claustrofobica, nonostante gli spazi ampi, aerei e luminosi, riconvertendo la narrazione in un film d’assedio e mutandolo in macchina di tensione. Dal primo minuto alla fine la tensione non scema mai, è perennemente palpabile senza mai una caduta o un abbassamento in virtù di una prevedibile deflagrazione dei sottilissimi equilibri in perenne moto precario. Tutti i personaggi sono in bilico di fronte ad un baratro, tremolanti, sempre ad un passo dal precipizio. E’ di nuovo il destino, perenne Dio del cinema della Milkyway, a scegliere chi deve sopravvivere, chi morire, chi guarire e chi restare invalido e nulla può l’uomo per cambiare il testo già scritto.
Tutta la metrica e l’ambiente sembrano comunque assemblati in virtù del climax, una lunga e incredibile sequenza d’azione, composta da decine di persone che si muovono, sparatorie, ralenti e piani sequenza mozzafiato come mai si era visto prima d’ora. E anche se si avverte un lieve intervento del digitale, l’intera scena è stata realmente girata sul set con la cinepresa montata in testa ad una gru che si muoveva all’interno della scenografia, decine di assistenti che correvano per spostare e riassemblare dal vivo pezzi di décors onde favorire i percorsi della macchina da presa e un nucleo di attori coordinati nei movimenti che agivano ognuno ad una velocità diversa, alcuni al contempo sospesi e mossi tramite cavi. Una sequenza complessa e ardita che sicuramente raggiunge i livelli qualitativi del piano sequenza iniziale del precedente Breaking News. Una delle scene più complesse e innovative degli ultimi anni; cinque minuti di approccio inedito alla materia con la forma di una sorta di musical (memore del precedente Office?) asmatico e dal respiro ondivago che si rivela un irresistibile nutrimento per gli occhi e il cervello.
Il “3” del titolo invece pare riferito ai tre attori, pietre fondanti dell’incastro, ovvero un intenso “abitudinario” poliziotto interpretato da Louis Koo, Zhao Wei, bravissima, per la prima volta in un film Milkyway e Wallace Chung nei panni di un geniale e intellettuale gangster catturato e ferito dalla polizia.
Three è un auspicato e atteso ritorno di To al genere che l’ha reso famoso. Un ritorno in cui fortunatamente è riuscito ancora una volta a rimettersi totalmente in gioco producendo un nuovo folgorante giocattolo, più leggero e solare del solito a tratti, ma di fulgida e straordinaria bellezza e innovazione.

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