Throw Down

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Throw Down“Un saluto ad Akira Kurosawa, il più grande dei registi”. Con questa frase si chiude Throwdown e può essere anche una delle tante chiavi di lettura di questo film, sentito omaggio al regista giapponese e al suo esordio filmico, Sugata Sanshiro (Judo Saga), a partire dalla dedica in coda, alle musiche, agli argomenti trattati, alla frase di rito con cui un personaggio si presenta agli altri “io faccio Sugata Sanshiro, tu Higaki (che era l’antagonista dell’ultimo, durissimo combattimento del film di Kurosawa)”.

Può la prolificità della Milkyway Image (la casa di produzione del film) nuocere ai film stessi? Non di certo alla qualità dei film, direttamente proporzionale al numero elevato di film prodotti, forse alla fruizione; un pubblico abituato ormai a vedere almeno cinque film del genere all’anno può sottovalutare il prodotto a causa della continuità qualitativa. Ed è un male visto che Throwdown (entusiasti commenti dopo il passaggio al Festival del Cinema di Venezia, ma anche alcuni negativi e troppi tiepidi) non è un film minore della Milkyway Image, tutt’altro, si assesta tra le punte di diamante della casa di produzione hongkonghese, e se ad una prima visione può lasciare spaesati, è però capace di crescere dentro fino a far emozionare e commuovere lo spettatore in profondità.

Il film è un fantasy o un film di fantascienza, ossia uno di quei generi in cui vengono messi in scena mondi inesistenti e personaggi che fanno cose non normalmente attuabili nel loro spazio vitale abitudinario. Ed infatti ecco che Johnnie To costruisce una Hong Kong ex novo, frammentata, fusione di parti architettoniche di Running on Karma, PTU ed Heroic Trio, e in cui il kung fu sembra essersi dissolto per lasciare spazio ad un’altra arte marziale, il Judo, comunemente giostrata con abilità da tutti i personaggi che vivono questo agglomerato urbano. In un anno in cui il cinema di arti marziali e il wuxia sono quasi scomparsi, trasformandosi da essenza stessa del cinema di questa cinematografia a imbarazzante fardello da portarsi sulle spalle e da esorcizzare con ironia, la fuga di Johnnie To verso quest’arte giapponese ha molteplici significati; da un lato una continua ricerca di un passato filmico da assimilare e rielaborare per produrre nuovi prodotti freschi e geniali, dall’altra una ricerca di un perduto senso dell’onore e dell’amicizia virile, ormai evaporato all’interno di un’industria e di un cinema onnivoro e frenetico. Sicuro è che ad Hong Kong le arti marziali non sono più come nel decennio precedente; da un lato il puro genere si è fatto autoriale (con i film di Zhang Yimou), dall’altra la risonanza di un film come Ong Bak ha raggiunto anche Hong Kong, vista la produzione di un film come Xanda (mentre per vent’anni Tsui Hark ha creato le mode, è dura appurare che in questo caso l’ha seguita con esiti disastrosi), e la citazione dello stesso, del tutto ironica, nel film Three of a Kind. Quest’ultimo film, insieme a White Dragon sono due delle prove dell’approccio del cinema di Hong Kong alle arti marziali in forma del tutto comica o violentemente postmoderna.
Il film di To invece, anche se tradisce una sottile ironia di fondo è un duro e commovente melodramma, scritto con abilità inusitata (come al solito direte voi), permeato da personaggi scolpiti nel marmo, memorabili.

Louis Koo, padrone di un pub, l’ “H.A.”, pieno di debiti e sempre in preda ad uno stato di anomalo alcolismo con sorprendente e durissimo risvolto/rovesciamento/sorpresa finale. Un ritrovato Aaron Kwok (un pò invecchiato ma fisicamente ancora in forma) è un esperto di Judo che vaga in cerca di uomini da sfidare, approda al locale di Louis Koo per combatterlo e si autoassume come sassofonista (al precedente aveva slogato la spalla in uno scontro). Cherrie Ying è una fallita in cerca da sempre di una carriera come cantante o attrice, avida di denaro, che approda al pub di Louis Koo per proporsi come cantante. C’è poi il maestro di Judo di Koo, e il maestro di Kwok (un glaciale Tony Leung Ka-fai), gestori di due palestre rivali. E c’è un campionato. C’è il capo di Koo a cui deve un mucchio di soldi, i boss che ricattano Ying, e un gangster a cui Koo ruba sempre i soldi, senza subirne nessuna ripercussione (nonostante la attitudine violenta dell’uomo).

E ci sono numerose sequenze memorabili; la corsa di Ying per una strada mentre perde centinaia di banconote al vento, un ironico nascondimento nei bagni, il finale nel canneto, un dialogo a quattro tavoli e tre interpellati e tutte le bellissime sequenze all’interno del locale, fotografate con la classe ormai risaputa della Milkyway Image. Infatti sia la regia che la fotografia è un ibrido delle due anime a cui ci ha abituato la casa di produzione. Se fino all’anno scorso i film realizzati erano praticamente scindibili in commedie e noir balistici, nel 2004 i generi, come gli stili, si sono ibridati, sia in Running on Karma, che in Breaking News, che in Throwdown, che in Yesterday Once More. L’interno del locale è un susseguirsi di ombre, feticci di persone impercettibili, fusi a pareti e sedie, accoltellati da lame di luce, accarezzati da ovattati flussi cromatici, sprofondati in molteplici piani spaziali.
Un film che commuove, coinvolge, emoziona, tocca corde profonde e mette in scena un ritrovato senso del rispetto e dell’onore nel rapporto tra maestro e allievo e nello scontro finale tra Louis Koo e Tony Leung, l’atleta che utilizza una sola tecnica (atta alla slogatura del braccio).
Insomma l’ennesima grande prova di Johnnie To, un regista fortunatamente (ad oggi) molto prolifico.

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