Till Death Do We Scare

Voto dell'autore: 3/5
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tilldeathTra le decine di horror comedy prodotte ad Hong Kong negli anni ’80 più o meno riuscite, Till Death do we Scare è ricordata solitamente per l’anomalia di avere gli effetti speciali realizzati dal maestro statunitense Tom Savini. L’eco del suo talento era giunto anche in Asia dopo il suo lavoro nello Zombie di Romero e in Venerdi 13 e si dice che Tsui Hark (in quel periodo abbastanza presente all’interno della casa di produzione Cinema City) abbia premuto per farlo venire nell’ex colonia inglese. Il suo operato si concretizza in trucchi protesici e tradizionali: una faccia che implode gommosamente, delle gote estensibili, degli occhi che fuoriescono dalle orbite, una donna che si strappa parte del viso e la mutazione di un uomo in un grosso demone verde dalle fattezze cartoonistiche che da una parte ricorda le mutazioni di Un Lupo Mannaro Americano a Londra (1981) e dall’altra anticipa il villain finale di Story of Ricky (1991). Intorno a questi anche numerosi effetti ottici abbastanza in anticipo sui tempi locali. Dietro il progetto la Cinema City la grande casa di produzione di commedie spaccabotteghini degli anni ’80 e il film possiede tutti i suoi pro e contro ricorrenti: narrazione che è quasi un pretesto, luci sature e luminose, risate di bassa lega, susseguirsi di eventi e situazioni poco legate tra loro, citazioni e ammiccamenti ai maggiori successi cinematografici del momento locali e internazionali.

Una donna si sposa ma l’uomo viene fatto uccidere da un triadoso. La donna sposa allora il triadoso ma anche questo muore. Infine sposa il sacerdote che aveva officiato i due precedenti matrimoni ma questo muore vedendo i fantasmi dei defunti mariti. I tre spiriti quindi lottano per trovare un giusto pretendente alla donna, in questo caso interpretato da un giovanissimo Alan Tam. Ma in maniera poco chiara e attraverso continui giochi di parole difficilmente traducibili in lingue a noi note il regno dei morti ci mette lo zampino.

Come al solito per i prodotti della Cinema City il film più che per meriti diretti (la casa produttrice ha sempre lavorato in maniera totalmente anti autoriale e attraverso continui brainstorming, quindi una riconoscibilità stilistica è quasi impossibile da decifrare) sarà ricordato per singoli momenti, quelli si, assolutamente riusciti; un duello lungo e complesso tra Erik Tang e una sedia volante, uno di quei classici giochi dell’epoca di nascondimenti, un ballo tra fantasmi sulle note della general’s theme di Wong Fei-hung muovendosi come vampiri saltellanti di Mr. Vampire e il gran finale durante la festa dei morti ambientato in un universo di carta (che si rifà alle offerte votive per i defunti), più ingenuo ma probabilmente più intenso di quello dei Pang Brothers (The Child’s Eye) di 30 anni dopo.
C’è poco Cinema ma c’è dietro un’idea coerente e liberissima dello stesso. Un brutto oggetto, ma libero e di assoluto e innegabile intrattenimento. Inutile aggiungere che il film fu un ottimo incasso in patria.

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