To Catch a Virgin Ghost

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To Catch a Virgin GhostSuk-tae è un criminale di bassa lega che tradisce i suoi compari e fugge nascondendo con sé (o meglio, dentro di sé) un preziosissimo sacchetto di diamanti. Nel suo viaggio, però, un incidente lo costringe a fermarsi nello sperduto villaggio di Sisily, dove viene ospitato da uno strano gruppo di contadini: questi però si accorgono ben presto del prezioso carico del loro invitato e non passerà molto prima che decidano di eliminarlo e di tenersi il bottino. Nel mentre, il boss Yang-e i suoi uomini si mobilitano per acciuffare il traditore e recuperare i diamanti: tracciando il cellulare di Suk-tae, giungono anch’essi nella tranquilla Sisily. Ma oltre a trovarvi i misteriosi contadini, ben restii a proferir parola sulle sorti del ricercato, si accorgono di una strana presenza che aleggia nei dintorni nella campagna, più precisamente all’interno di una vecchia scuola…

To Catch a Virgin Ghost è uno di quei film che, generalmente, fanno subito innamorare del cinema dell’estremo oriente qualsiasi spettatore occasionale. Uno di quei film che, ad ogni scena, riescono a stupire non solo per l’originalità di certe situazioni o per alcune particolari trovate a livello visivo, ma anche per il coraggio con il quale riesce a giocare con i generi più classici senza mai scadere nella banalità. Il film d’esordio di Shin Jung-won è proprio il lampante esempio di come si può ottenere qualcosa di completamente nuovo sfruttando argomenti oramai completamente vecchi; come si può dedurre dalla trama, si tratta di un’improbabile unione – non priva di ovvi risvolti parodistici – dei generi che più hanno rappresentato il cinema coreano degli ultimi anni, il gangster-movie e l’horror. Shin Jung-won gioca con i suoi personaggi, cambiando radicalmente le carte in tavola dopo la prima metà del film e passando senza problemi da un registro all’altro, senza dimenticarsi di coprire il tutto con un velo di ironia a volte anche metacinematografica (basti pensare al personaggio di Yang-e, interpretato dal famoso cantante Im Chang-jung, che nel film porta sempre con sé il quadro-ricordo di un secondo piazzamento in un concorso per cantanti!). I buoni e i cattivi non esistono nel mini-universo di Sisily, dove i ruoli vengono continuamente scambiati e nemmeno i soliti fantasmi assetati di vendetta riescono a spaventare, mentre un tranquillo gruppo di contadini diventa una mandria di assassini psicopatici armati di pale e tosaerba elettrici. Possessioni spiritiche, criminali murati vivi e chiodi piantati nel cranio sembrano quasi rappresentare la naturale evoluzione della commedia nera dopo gli eccessi del Kim Je-woon di The Quiet Family, qui riproposto in una variante ancor più folle ed estrema. Insomma, il classico film che se dovesse mai giungere nel bel paese si vedrebbe rifilato in locandina, in un modo o nell’altro, il nome dell’ormai onnipresente Tarantino. Ma oltre al sovraccarico di generi e situazioni grottesche non si può fare a meno di spendere qualche parola su Im Chang-Jung, protagonista assoluto e volto perfetto per questa produzione così inusuale: il suo Yang-e è un personaggio fantastico, un boss criminale tanto sicuro di sé quanto debole ed indifeso, che l’attore impersonifica con una gestualità ed un modo di fare davvero esemplare tant’è che riesce a regalare addirittura una breve e credibile parentesi melodrammatica con l’altrettanto brava Im Eun-kyung, anch’essa particolarmente a suo agio nel ruolo della vergine fantasma Han Song-e.
Shin Jung-won aiuta la riuscita del tutto dirigendo con uno stile non troppo eccessivo, senza farsi aiutare troppo né da inutili vezzi estetici (anche se non rinuncia a qualche funzionale split-screen) né dal digitale, realizzando un’opera d’esordio che lo piazza a pieno merito tra i giovani registi da tenere assolutamente d’occhio. Un’ultima curiosità andrebbe precisata prima di concludere: il nome di Sisily non è, come potrebbe sembrare e come si può trovare scritto nel web, una storpiatura della nostra “Sicily”, bensì un termine che può essere tradotto letteralmente come “villaggio dove il tempo si ferma”.
Ad ogni modo, consigliatissimo.

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