Tokyo Ghoul

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In Giappone, così come negli USA, sembra inarrestabile la corsa nel portare sullo schermo ogni fumetto, manga o anime di più o meno rilevante successo. E tocca così anche a Tokyo Ghoul, inspiegabile fortunatissima opera di origine cartacea, divenuta poi serie animata e infine film. Storia che abbiamo ripetuto mille volte. Così come ci tocca ripeterci nelle varie riflessioni sui contenuti e la resa qualitativa.

Esattamente come per i ributtanti cinecomics americani ci troviamo davanti a film tutti uguali. Già il manga non ci era sembrato un oggetto particolarmente innovativo e riuscito nel suo assemblare, così come tanti altri prodotti di successo contemporanei (qualcuno ha detto Your Name?), elementi e cose già viste mille volte negli ultimi 50 anni. E il film è uguale a tutti gli altri adattamenti del genere. Pedissequo, freddo e impersonale.

Come i quattro -ad oggi- Death Note, come 20th Century Boys, come i live di Gantz e decine di altri. Poi a volte capita un Miike e (nemmeno sempre) si può fruire di un maggiore talento nell’adattamento o nella qualità della resa cinematografica o può toccare ad un Takashi Yamazaki che, in quanto proveniente da un lavoro primario come effettista, riesca a portare qualcosa di nuovo a livello appunto di resa degli vfx come nei suoi Parasyte.

Ma in linea di massima sono film che non tradiscono mai l’origine, cercano in ogni modo di accontentare lo spettatore e i fans primigeni non deviando mai dalle basi dell’opera cartacea. Attitudine magari anche ammirevole ma spinta ad un fanatismo quasi maniacale.

Il risultato sono film noiosi e meccanici, proprio perché freddi e impersonali il cui unico interesse sembra quello di ripetere e valorizzare solo i punti chiave, i simboli e gli stilemi del prodotto originale; che sia un character design o un costume poco cambia, senza nessuna impronta autoriale o effluvio vitale della personalità del regista di turno.

Visti anche gli incassi (ottantunesimo in classifica nel 2017 in Giappone) non propriamente brillanti continuiamo a domandarci il perché di tali produzioni.

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