Tokyo X Erotica

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Tokyo_X_ErotikaLa parestesia è un’alterazione della sensibilità negli arti come può essere il formicolio, il pizzicore o la totale desensibilizzazione. Difficile immaginare che il regista, Zeze Takahisa, possa sapere che l’etimologia della parola la vede nascere dall’unione dei termini greci “para”, che significa “oltre” e “áisthesis”, che è la percezione, la sensibilità. Eppure è oltre la percezione che sembrano guidati tutti i personaggi di Tokyo X Erotica e parestesia si traduce in giapponese con “shibire”, parola che fa parte del sottotitolo al film. Shibireru Kairaku (痺れる快楽) è quindi il piacere nel perdere la sensibilità. Ed è questo il titolo che più s’addice a far da contenitore a questo film, che in linea con il resto della carriera del regista ha sullo sfondo l’ossessione per il karma.

Memore del cinema di Adachi Masao, le cui pagine più belle, quelle di Galaxy, Gushing Prayer e Rebel Woman: Dream Hell, vennero scritte nelle pieghe della spiritualità giapponese, Zeze ha sempre affondato le mani nello shintoismo e nel buddhismo per inspessire le sue opere. Prima di Tokyo X Erotica c’è un lungo cammino fatto di frammentarie frequentazioni della materia. The Dream of Garuda, Raigyo, persino il j-horror Kokkuri fanno tutti riferimento al destino dell’individuo concepito come ripetizione di schemi, come qualcosa di immane che sovrasta la volontà, come continuo annullamento nella morte. In questo frangente la faccenda è addirittura sin troppo didascalica. Nel finale compare uno shinigami, un dio della morte, al quale la protagonista Haruka pone una domanda già posta diverse volte durante l’arco narrativo: Se sia una scelta personale come si viva fino alla morte. «La vita è come un barca in alto mare. Noi siamo il porto d’attracco» è la risposta. Come dire che bisogna rassegnarsi a un flusso di vita che ci invade di cui dobbiamo essere nostro malgrado contenitori.

A metterla giù così sembrerebbe quasi impossibile l’immedesimazione per un occidentale educato secondo altro tipo di spiritualità, ma per assonanza, vien lecito chiedersi se si è poi davvero così lontani dal concetto di Eros e Thanatos a noi più familiare. Le due pulsioni, quella al piacere e quella alla distruzione, possiamo ben capirle. Fanno parte del nostro bagaglio elementare. E il concetto di coazione a ripetere per certi versi sembra un approccio razionale, meno metafisico, sulle stesse orme del karma. Su questo terreno fondano le basi per la comprensione istintiva del cinema di Zeze. Senza girarci troppo attorno l’attrazione per la grevità delle situazioni proposte, l’istintiva affinità con la disperazione, con la ripetitività dei gesti risiede in questa basilarità, universalità di certe sensazioni.

Per questo stride il già detto approccio didascalico di alcuni dialoghi, abbastanza inusuale invero da parte del regista, che forse non a caso lo pone in netto contrasto alla frammentaria narrazione. Nei primi minuti viene mostrata la morte di Kenji (Ishikawa Yuichi) con un riferimento ben esplicito all’attacco terroristico del 1995 alla metropolitana di Tokyo col gas nervino Sarin da parte dei componenti della setta Aum Shinrikyo. 12 morti e oltre 6000 intossicati che profondamente segnarono la coscienza pubblica giapponese. Accadimenti talmente gravi che finirono per filtrare in molti film di quegli stessi anni come Suicide Club di Sono Sion o Canary di Shiota Akihiko. Per Zeze sono spunto ulteriore per dare contorni definiti al suo fatalismo. Dopo Yuichi, è il turno di vedere come sopraggiunge la morte di Haruka (Sasaki Yumeko), divenuta prostituta dopo aver interrotto la relazione con Yuichi. E così, saltando avanti e dietro nel tempo, da una coincidenza all’altra, più storie si dipanano inframezzate da interviste che spesso interrompono il narrato assieme a footage di notiziari come un tempo facevano per l’appunto Adachi e Wakamatsu per collocare storicamente i loro lavori.

La coerenza narrativa però è ai minimi storici e l’eccessiva vena di sperimentare a livello grafico non aiuta molto. Essendo stato girato nel periodo in cui tutti i cineasti transitavano dalla pellicola al digitale, Zeze si dà un gran daffare ad esplorarne i limiti, ma la qualità di questo girato in 4/3 è davvero invecchiata male se confrontata alla recente grana del digitale moderno. Il risultato finale è più debole di altre sue opere contemporanee. Non si tratta di una regia poco ispirata, ma è disunita più del dovuto, all’esatto opposto del rigore esibito nei film migliori, perché dettata dall’urgenza di narrare con la camera in spalla inseguendo i propri personaggi, a dirla tutta con risultati ben migliori di quelli prodotti dai registi che ne fanno spesso abuso. Per altri versi è un altro interessante sguardo nel substrato più umile della società giapponese, lo stesso narrato da Imaoka in Frog Song o Lunch Box, ma con una più profonda disperazione, che per Zeze aveva decretato già risultati migliori nel di poco precedente e affine Anarchy in [Ja]panty. Ma l’evoluzione della poetica di un cineasta non si giudica solo dai prodotti notevoli e talvolta se ne definiscono ancor meglio i contorni tramite questi piccoli, necessari fallimenti artistici.

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