Tokyo Zombie

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Tokyo ZombieUna cocente delusione, Tokyo Zombie, uno di quei film che “avrebbero potuto essere” ma, purtroppo, non sono. Le aspettative erano alte, ancora di più per un fan di Miike come me: il regista Sakichi Satô è lo sceneggiatore di Ichi the Killer e Gozu, e i due protagonisti Tadanobu Asano e Sho Aikawa non hanno certo bisogno di presentazioni per chi bazzica anche un minimo dalle parti del cinema asiatico. Due tra i più grandi attori del cinema giapponese contemporaneo in un film di zombie, che si aggirano in una Tokyo post apocalisse alla Dragon Head, è una di quelle cose che sulla carta farebbero sbavare uno che si è perso nel deserto. Uno comincia a pensare a Stacy, Wild Zero o Junk e magari si emoziona pure. E dire che l’inizio sembra promettere bene, coi due protagonisti agghindati come due ebeti – Asano sfoggia una parruccona afro e Aikawa una vasta pelata – che non fanno altro che provare mosse di judo dentro una baracca/officina. Per non parlare dei dialoghi, bizzarri e senza senso, a volte geniali a volte talmente stupidi che non ci si crede. Ok, poco dopo cominciano a sbucare gli zombie, e le cose vanno ancora abbastanza bene anche se l’esile impalcatura del film comincia a scricchiolare, e nello spettatore comincia ad affiorare il sospetto che il film non sia altro che un insieme di gag che dovrebbero far sbellicare ma raramente riescono nell’intento (c’è comunque da dire che il momento in cui è stato proiettato il film, l’ultimo della penultima giornata del Far East Film Festival 2006, non ha favorito sicuramente), con poca sostanza a sorreggere il tutto. E purtroppo, dopo una prima parte tutto sommato accettabile, il film precipita definitivamente in una sorta di incubo Huxleyano/Orwelliano-wanna-be, col solito stato totalitario in cui i  potenti comandano e i poveri (…), insomma si è capito. La noia regna sovrana in questa seconda parte, il ritmo del film non esiste più, è rimasto nella baracca di fianco al materasso dove si allenavano i due ceffi, e chi guarda comincia a sbirciare sempre più spesso il quadrante dell’orologio, chiedendosi se il tempo passi veramente o si sia cristallizzato. Non servono i colpi di scena finali per risvegliare lo spettatore che sbava, certo, non dall’acquolina ma perché si è addormentato sulla poltrona del cinema a bocca spalancata.

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