Tomica Hero: Rescue Force

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“Save the Life!”

poster“Bisogna distruggere, per potere ricostruire” declamavano negli anni ’80 gli Einstuerzende Neubauten, storica band industrial tedesca. E non capita poi di rado, in un clima politico così precario e incerto, di ascoltare qualche entusiasta esausto arrendersi a frasi del tipo “bisognerebbe davvero radere tutto al suolo e ricominciare da capo”.

Bene, ci sta pensando seriamente la Neo Thera, organizzazione capitanata da un nucleo di androidi colti dal classico rigetto nei confronti dell’uomo e della sua attitudine ad essere un cancro per la terra (Go Nagai docet). La loro missione è quella di produrre “cataclismi e catastrofi naturali” su vasta scala al fine di “resettare il pianeta”. A tentare di bloccare la loro missione funesta è il Rescue Team, una sezione dell’UFDA (United Fire-Defence Agency) solitamente atto a proteggere gli uomini da disastri più o meno naturali di elevata entità, aiutati dalle proprie divise e da avveniristici mezzi. Il risultato del tutto –in parole povere- sarà uno scontro tra “pompieri” super eroi in esoscheletro e mezzi corazzati, contro androidi capitanati da un robot dai 10 occhi, sullo sfondo di uno scoppiettante contesto catastrofico farcito di litri di 3D.

Stiamo parlando, ovviamente, di Tomica Hero: Rescue Force, la nuova serie prodotta dalla Takara Tomy per le Tv nipponiche, dopo il folgorante successo del precedente, refrigerante, Madan Senki Ryukendo e debuttata il 5 aprile del 2008 nelle televisioni nazionali. A fine serie possiamo tentare di fare un bilancio di questa strana opera, che ha più incuriosito che convinto. Le prime venticinque puntate, infatti, vanno ad allettare un target visibilmente infantile aumentando silenziosamente il numero di mezzi, gadget e personaggi nel corso della messa in onda, senza mai fare avvertire davvero un senso del pericolo tangibile. Bisogna aspettare di arrivare quasi alla trentesima per produrre un sottotesto più cupo e perturbante che sposta il livello del tutto su un gradino decisamente più intrigante. Di punto in bianco il villain muore, viene sostituito da una folle cyborg idol gothic lolita e tutti i veicoli di soccorso si fondono producendo un robot gigante di 16 metri di altezza interamente realizzato in 3D. Di lì in poi è scontro tra colossi meccanici in versione kaiju sul tappeto urbanistico della città, con tanto di abbattimento al suolo di ogni edificio si pari di fronte a loro.
Non male per una serie partita come narrazione della vita –seppur movimentata- di un gruppo di pompieri.
Certo, non vi è paragone con il geniale Ryukendo e le puntate lasciano abbastanza indifferenti in quanto a spessore narrativo. Ma è quando la storia lascia spazio all’azione e agli effetti che la serie decolla; un vero crogiolo di tutto il meglio che il cinema catastrofico abbia mai raccontato: Incendi, vulcani antropomorfi, piogge di meteore, cicloni ciclopici, terremoti, intere città rase al suolo, e in alcune puntate, proseguendo negli episodi la comparsa di pittoresche e surreali creature e mech.
La meraviglia giunge anche dai mezzi a disposizione degli “eroi” per sconfiggere questi cataclismi; veicoli fantascientifici, assemblabili e smontabili con la capacità di rispondere con la stessa potenza d’attacco degli elementi naturali, tra cui cannoni ad acqua e generatori di cicloni. In questo senso emerge il fattore romantico che rende le puntate un toccasana per coloro che sono cresciuti con le serie animate dei numerosi robot e veicoli trasformabili e assemblabili, di cui Tomica Hero: Rescue Force è una luccicante, moderna, versione live action (viene subito alla mente il Getter Robo, così come le Cho Supercar Gattiger). Per non parlare del trio dei cattivi il cui aspetto fisico e morale è ricalcato su quello dei villain ben più noti delle fortunate serie delle Time Bokan (alla Yattaman, per capirci). Il tutto in realtà è un pretesto per una iperproduzione di gadget della stessa Takara Tomy azienda nota per la realizzazione e vendita di modellini di veicoli. Ma per un pubblico orfano delle serie tokusatsu più mature (alcuni titoli, giusto per non parlare a caso: Lion-Maru G, Garo, Cutie Honey The Live ) e di una di Ultraman dignitosa (l’Ultra Galaxy Mega Monster Battle di inizio anno è stato solo un piacevole diversivo) questa nuova produzione avrebbe potuto riservare delle piacevoli sorprese. Così non è stato.
Se è anche vero che Tomica Hero ha riscosso un certo successo di pubblico va ammesso che la serie, per carattere prettamente artistico e narrativo non funziona. Il limite più grosso e evidente è la totale mancanza di caratterizzazione dei personaggi. Arrivati alla fine non sappiamo ancora nulla di loro, non hanno ormai assunto nessuna peculiarità vistosa e nessuna empatia con lo spettatore. Sono figurine fastidiose di cui nulla interessa a nessuno. Motivo per cui ci si avvicina di più ai pittoreschi e gradevoli villains di turno che –allo stesso modo- rimangono solo abbozzati. Una serie senza storia e senza personaggi non può davvero risultare allettante.

L’unico elemento su cui riflettere quindi con un certo interesse è questa nuova ottima strada intrapresa dalla Takara nell’utilizzo dell’effetto speciale digitale. Elemento ancora di più ottimizzato nella bella serie sequel Tomica Hero: Rescue Fire, l’effetto non solo è ben riuscito e probabilmente senza eguali nelle serie attuali tokusatsu in circolazione; ma possiede una visione e filosofia dello stesso che si presta ad interessantissime riflessioni intramediali sullo status quo del digitale nel mondo.
Come esempio (pretestuoso?) si possono prendere gli stessi Transformers che alla fine mostrano in modo simile la riproduzione di robot “trasformabili”. Da una parte ci troviamo quindi di fronte ad una visione iperrealista dell’effetto, dove ogni pezzo maniacalmente punta ad un classicismo e ad un iperrealismo che non debba avere nulla di perturbante. Ogni Transformer è composto di pezzi che si incastrano e che trovano posto “verosimile” nella successiva mutazione, senza nulla che possa e debba rimanere in una posizione anomala, perennemente fasciati da riflessi ed effetti di luce perfetti, incastonati nei fondali con certosino accanimento. E’ una sorta di prolungamento della teoria statunitense della regia classica, una regia normalizzata e fatta di raccordi puliti e consequenziali, atti ad unire i movimenti e le sequenze senza mai incentivare il pensiero, la riflessione, l’intervento attivo eccessivo del cervello nel comporre senso. Lo spettatore non deve mai uscire dalla diegesi del racconto, non deve pensare, deve “subire” il film. E’ il proseguo di un’idea tutta occidentale di mania del realismo e della riproduzione pedissequa di una ipotetica realtà (come d’altronde in pittura, con le teorie della prospettiva, del ritratto, dell’uso del colore ad olio sempre più pesante e presente, v. Hokusai) in cui la resa di un buon effetto è un effetto che riproduce in maniera credibile e verosimile la realtà. Dall’altra parte l’effetto di  Tomica Hero è un buon esempio per riflettere non solo sull’utilizzo dello stesso in Giappone e più generalmente in Asia ma per fare un punto della situazione di un intero modo di pensare il cinema diametralmente opposto a quello hollywoodiano. Non parliamo (solo) di effetto pop fine a sé stesso, ma la sua costruzione, la sua dinamica, le sue movenze fisiche sono atte ad una continua visione mentale dello stesso, più che verosimile; linee dinamiche stroboscopiche, leggi fisiche alterate, effetti di luce e fumo sintetici e stilizzati. E’ interessante notare come l’effetto anziché tentare di riprodurre tutto alla perfezione si muova in modalità ben più semplici e immediate; tecnicamente ad esempio nelle trasformazioni non vediamo altro che immagini ferme mutate e mobilizzate poi in post produzione; ma l’intervento di ottimi effetti di luce, visivi e sonori ricostruiscono mentalmente una dinamicità straordinaria dell’effetto. Non è l’effetto in sé ma la resa mentale ottenuta da un processo di elaborazione del fruitore in cui l’attivazione neuronale in seguito alla ricezione di uno stimolo si muove per ricomporre le zone lasciate vuote dalla produzione, ai fini della generazione mentale della totalità dell’effetto. Non si tratta di un effetto brutto, mal fatto o approssimativo (come contemporaneamente avviene -ahimè- nelle serie attuali di Kamen Rider) ma di un ottimo effetto che non possiede ambizioni e desiderio di fotorealismo e che lascia margini di attivazione e di attività cerebrale nello spettatore. Il fine ultimo, oltre al semplice senso del meraviglioso, è una visione suggestiva e personalizzata della totalità dell’effetto.
Il risultato, va ammesso, è straordinario con lode all’azienda che ha realizzato tale meraviglia, la Shirogumi già notata piacevolmente su Always 2 (suo è il Godzilla in 3D) e successivamente nel film de la Corazzata Yamato.
Tutto questo non contraddice diverse altre strade e derive in cui spesso l’effetto è utilizzato all’occidentale senza possederne la competitività e quindi con risultati miseri (Detective DeeThe Sorcerer and the White Snake…), quando l’effetto è invece competitivo e usato allo stesso modo producendo competitività (Kyashan – La RinascitaSymbol…) o quando si usa in maniera cheap e “grezza” generando semplicemente un adeguato patto con lo spettatore (tutti i Sushi Typhoon).
L’unico esempio hollywoodiano di questa attitudine che ci viene in mente è il film Speed Racer che -in parte- segue questa filosofia di approccio.
Non ha ormai più senso nel nuovo millennio e di fronte a un cinema fruibile e di reperibilità ormai totale definire come “bello” un effetto verosimile o classicamente “piacevole” come banalmente una foto bella non è la foto di un qualcosa di bello. E’ per questo che gli effetti visivamente e tecnicamente anche limitati di Tomica Hero risultano straordinariamente riusciti, belli, dinamici, perché pur non verosimili vanno a provocare una serie di reti interpretative che producono empatia ed emotività, probabilmente più della perfezione appesantita e patinata dei Transformers. Il tutto avrebbe raggiunto un livello ancora superiore e stavolta compiuto nella successiva serie Tomica Hero: Rescue Fire.

 

Gli eroi del Rescue Force

I nemici principali

I nemici generici

Screenshot della serie

Veicoli

Bonus

 

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