Tomie

Voto dell'autore: 4/5
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J-Horror. Roba buona. Il film Tomie appare all’alba dell’esplosione della new wave del J-horror e purtroppo viene confuso e fuorviato in mezzo alle numerose uscite del periodo. Si tratta Invece di un’opera salda e fresca, assolutamente da osservare con attenzione. Le sue origini sono rintracciabili nel manga di quell’autore del surreale grottesco Ito Junji (dai suoi disegni è ispirato anche il film Uzumaki).

La Tomie del titolo è una ragazza. O meglio. Tomie Kawakami è un’incarnazione nel corpo di donna, è entità e in quanto entità viene, in ogni film della lunga serie dedicata al personaggio, interpretata da un’attrice diversa; in questo episodio tocca ad una Miho Kanno da brivido, brava attrice che abbiamo visto anche in altri noti film del cinema giapponese contemporaneo come Dolls di Kitano, Wizard of Darkness, Hypnosis. Al contempo fino quasi alla fine del film il suo volto non viene mostrato proprio per accentuare questa sua caratteristica; coperto dai folti capelli corvini, tagliato da lame di luce monocroma, filtrato attraverso le pareti vitree di una bottiglia d’acqua. Di certo abbiamo il suo occhio, presente fin da una delle prime inquadrature e il neo sotto di esso, marchio nefasto della sua presenza. Tomie è il nome di una dea della morte, incarnazione dei timori,  malesseri e stereotipi dell’universo maschile in collisione con quello femminile. Tomie è il Tao della morte. Bella e garbata, quasi eterea, fa innamorare gli uomini, li fa impazzire, li fa uccidere, li fa suicidare, si fa uccidere e si fa smembrare. E poi ritorna, come una fenice rinasce dalle proprie ceneri o da parti anatomiche separate dal suo corpo, compie il proprio ciclo vitale ripartendo addirittura da una forma infantile che si genera da un moncone (in questo caso da una testa) e rimette in circolo la sua fascinazione mortale. Seducente, completamente basata su contrasti e sbalzi caratteriali, dominatrice. In mezzo alla confusione vanno fatte nette distinzioni tra i fantasmi nipponici anche iconograficamente simili (la Sadako di Ring è assai lontana) mentre chi volesse cercare paragoni forzati ma fin troppo facili da tirare in ballo con la Asami Yamazaki di Audition, avrà vita difficile. Tomie in comune con queste figure ha solo il fattore di essere appunto una “figura” e un contesto coerente, il J-horror buono, quello dotato di continuità qualitativa e formale coerente. Tutto infatti è in linea con le chiavi caratterizzatrici del genere; regia placida, contemplativa e a sottrarre, figure eteree e incisive, preponderanza della componente melodrammatica su quella horror e relativo voler nascondere dietro le marche semantiche dell’horror qualcosa di più profondo, attenta e sperimentale gestione dell’apparato sonoro e della colonna sonora (dei World Famous), assenza di dosi eccessive di sangue e di effetti speciali, brano musicale j-pop durante i titoli di coda (in questo caso una canzone di Yukari Fresh).
Un film non semplice, molto verbale, privo di sequenze evocative “paura pura”, contemplativo e con una regia lenta e totalmente al servizio della narrazione, con pochi effetti, quasi un film sussurrato, in perfetta linea con le movenze di Tomie.
Caposaldo di una vera e propria serie assai interessante, diretta ogni volta da un regista diverso che ha cercato di portare un tocco della propria poetica nel film.
Il regista di questo primo episodio, Ataru Oikawa, dirigerà successivamente l’intrigante horror Tokyo Psycho per poi tornare, dopo alcuni anni, alle gesta di questa “eroina del male” in un paio dei più recenti episodi.

 

Cover del manga di Junji Ito alla base del film.

 

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