Train to Busan

Voto dell'autore: 4/5
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Due sono i treni cinematografici partiti dalla Corea del Sud negli ultimi anni. Quello del film Snowpiercer di Bong Joon-ho e questo di Train to Busan. In comune hanno che dentro entrambi si sviluppa un’intensa lotta di classe. Nel primo, in una sorta di contesto distopico fantascientifico. Nel secondo in quello di un horror apocalittico in salsa zombie. C’è l’intero caleidoscopio umano disseminato nei vagoni del treno, dal barbone al magnate, dagli studenti alle anziane, dalla donna incinta con compagno manesco al protagonista Seok-Woo (Gong Yoo) che sta portando sua figlia da Seoul a Busan a incontrare la madre, sua ex moglie.
Ma mentre nel percorso verso la stazione si avvertono le prime avvisaglie di una tragedia imminente, giunti sulla banchina si hanno le prove tangibili di un qualcosa che sta sfuggendo di mano. La pandemia si evolve rapidissima invadendo l’intera nazione; chi viene morso, a secondo della gravità della ferita, muta in zombie in tempi più o meno brevi, il più delle volte rapidissimi.
La genealogia degli zombie ce li mostra come attratti dal movimento e dal suono, al buio non vedono, come falene o come spettatori di un film attirati dagli stimoli primari audiovisivi. Sono zombie che corrono e si muovono in massa, come parzialmente in World War Z. Ma mentre quello era un classico film costruito su un unico artifizio/effetto speciale digitale (la riproduzione e gestione digitale di masse di esseri umani), il cui investimento per il collaudo era appunto ammortizzato dalla produzione del film stesso, in Train to Busan tutto è più elegante. Il pregio del film è che in un tempo di vacche magre per l’horror e in cui i film di zombie sono troppi e brutti, riesce a funzionare. Il segreto è tanto semplice quanto ovvio; lavorare sui personaggi, sulla storia e fasciare il tutto di un’eleganza e un placido lirismo. Regia classica e pochissime esplicite sequenze di sangue. Semplificando, di sangue ce n’è a fiumi ma utilizzato con un costrutto più pittorico che altro. Non sono mostrati arti, sventramenti, massacri, teste spappolate dai ripetuti colpi di mazza da baseball. Train to Busan si allontana macroscopicamente dai rivoluzionari pionieri effettati di Romero e Savini e investe in stile, eleganza, tatto. E melodramma, spesso anche decisamente toccante.
Il film è stato un monumentale successo e incasso.
Per riuscire nell’impresa e portare a compimento questo miracolo è stato coinvolto il regista Yeon Sang-ho, uno che nella sua carriera ha diretto un capolavoro e mezzo nel campo dell’animazione. Parliamo dell’inarrivabile The Fake e del durissimo The King of Pigs. Yeon non abbandona l’animazione ma raddoppia, dirigendo contemporaneamente sia Train to Busan che un prequel animato intitolato Seoul Station (uscito in sala un mese dopo).
Di fronte ad un tema così abusato e arido (gli zombie), l’unica fiducia che riponevamo nel film era dovuta alla firma referenziata del regista. Non ha deluso e si è confermato di nuovo come un elegante narratore, attualmente non (solo) più di cinema animato. Evento non così automatico visto che quasi sempre il passaggio di eccellenti registi di animazione al cinema live action lascia molto a desiderare. Il nome di Yeon Sang-ho si va ad accostare ad alcune giovani e nuove leve che possono spingere avanti e riportare ai fasti di un tempo il cinema locale.

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