Tumbbad

Voto dell'autore: 4/5
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Il cinema indiano continua a riservare entusiasmanti sorprese sia all’interno di quello puramente commerciale che in quello leggermente più d’autore.

Dopo il “blockbuster d’essai” Baahubali, e parallelamente ad una produzione di film maturi più umorale e tagliente, specie nelle zone del noir e del thriller, l’ultimo anno è stato quello in cui hanno visto la luce dei titoli popolari, spettacolari e altamente commerciali ma sicuramente più elaborati e raffinati rispetto a tanti corrispettivi occidentali o orientali.

Principalmente due sono i titoli che più ci hanno incuriosito, film per un grande pubblico ma in cui la componente di temi e espressioni visive più mature non sono più state un limite alla garanzia di afflusso del pubblico. Tant’è che il ritornare ad inserire violenza anche se leggera, senso del lutto e del melodramma, e spettacolare impianto visivo raffinato ci ha riportato alla mente il glorioso cinema statunitense degli anni ’80, prima della sterilizzazione censoria di temi e immaginari dei decenni successivi.

2.0, il secondo capitolo della saga di Enthiram, sequel del successo di Robot (questo il titolo anglofono) punta al rilancio rispetto al predecessore regalando un film costruito nei classici tre atti di cui il primo sfiora i limiti dell’horror, il secondo sprofonda nel melodramma e il terzo è un’accelerazione al rialzo della follia psichedelica e surreale del predecessore. Con un struttura, fatti i debiti paragoni, simile a Dhoom:3 di Vijay Krishna Acharya, che lavora sul villain come e più dei protagonisti, il film ha raggiunto la vetta dei record di incassi in patria.

2.0 è uscito in sordina da noi, nonostante la presenza virale del primo nei social network, mentre ha avuto invece maggiore fortuna di critica e visibilità, seppur limitata ai Festival, questo Tumbbad, primo film indiano a partecipare alla Settimana Internazionale della Critica della settantacinquesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e presente a numerosi Festival tematici in giro per il mondo.

In questo caso, ci troviamo di fronte ad un film fortemente voluto dall’autore, girato con un budget ridotto all’osso e un elevato dispendio di energie, tempo e volontà nel tentativo di produrre un’esperienza cinematografica inedita, atto premiato poi ai botteghini da incassi assolutamente soddisfacenti. Il risultato è un’opera dal folgorante impianto visivo e basata su un concept inventivo sviluppato con un senso del ritmo e dell’immagine totalmente refrigeranti. Più un fantasy che un horror puro, parzialmente inusuale nella messa in scena di luoghi, riti e rituali, il film riesce abilmente a distaccarsi da un’attrattiva principalmente “esotica” lavorando tenacemente con gli strumenti del cinema per restituire una narrazione profondamente suggestiva.

A tratti fiabesco, nell’accezione più “italiana” possibile, possiede però un senso del ritmo e della tensione propri dei grandi film; ogni spedizione degli “avari” e tutti i loro rituali per estorcere denaro ad una divinità sanguinaria celata nelle viscere della terra, è gestita con polso e rigore sopra la media. Apparendo come una sorpresa, Tumbbad si è rivelato invece come conferma, l’ennesima, dell’assoluta salute artistica su cui poggia attualmente il cinema indiano.

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