Ultraseven X

Voto dell'autore: 4/5
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 Urutorasebun Ekkusu Grande sorpresa del 2007, Ultraseven X segue il percorso e si infila nella via delle serie tokusatsu più mature e cupe, sulla scia di Lion-Maru G, Garo et similia, abbandona gli infantilismi propri della franchise (non che ci sia nulla di male, sia ben chiaro) e finisce nel palinsesto televisivo alle due del mattino, prima opera di Ultraman direttamente dedicata ad un pubblico decisamente maturo (diciamo più maturo di un Nexus e affini). Dopo Ultraman Mebius, dopo il film del quarantennale e prima della serie Ultra Galaxy mediamente filologica, questa miniserie di soli 12 episodi appare come un miracolo. Il riferimento diretto è con il secondo Ultraman del 1967 (ed ecco un altro quarantennale), appunto Ultra Seven, uno dei più amati dai fans; ma la Tsuburaya Production decide di stravolgere del tutto l’ambientazione. Gli eventi di Ultraseven X infatti si svolgono in un futuro tecnologico orwelliano, sorta di fusione tra Matrix, Blade Runner, Men in Black e la classica sci-fi nipponica, un futuro totalitario, in cui ogni ambiente urbano è controllato da mastodontici monitor volanti che diffondono notizie filtrate dalla censura governativa. La prima puntata può lasciare perplessi visto che tutti i debiti sopraelencati si rivelano come un limite e annebbiano l’originalità insita nella serie.
Fortunatamente dal secondo episodio in poi emerge l’humus forte del tutto, ovvero un sottotesto politico intrigante e non così superficiale. Di nuovo la terra diviene un porto di mare dove storie umane e aliene sono destinate a incontrarsi e infrangersi; ci sono alieni extracomunitari in fuga dai loro pianeti e dai propri regimi, ci sono aliene in burqa che gettano la maschera e decidono di tradire i loro compagni innamorandosi di un terrestre, alieni capaci di produrre reazioni emotive con il canto, sfruttamento dell’immigrazione (aliena) e della manodopera (terrestre), stati sovrani che passano armamenti a pianeti attaccati, avidità e sete di denaro, classici desideri di conquista terrestre e dietro a tutto un piano ben più complesso.

Sfruttando le acque di un lago si sta cercando di produrre una nuova fonte di energia; il progetto è nominato ”Aqua Project”. Nel corso di questo esperimento però all’interno del lago si crea un varco spazio-temporale. Ed è attraverso questo varco che l’Ultra Seven del 1967 dona i propri poteri a Jin per riportare la pace e la libertà nel suo tempo. Jin è un agente del Deus, associazione investigativa atta a combattere e fermare invasioni aliene a scopo di conquista. Risvegliatosi in una stanza privo di memoria seguirà le direttive di un’ambigua ragazza, Elea (Saki Kagami, Platonic Sex, 2001), colei che gli donerà gli occhiali Ultra Eyes che posseggono il potere di tramutare il ragazzo in kyodai hero. Sulla scena anche altri due agenti del Deus, il subdolo K e la sensuale S (Anri Ban, ovvero la Tomie di Tomie: Revenge). E in ogni puntata uno stuolo di alieni di alterne razze, culture e dimensioni. Alla fine di ogni puntata un duello tra colossi, essenziale, stilizzato e brevissimo.

E’ questa la seconda sorpresa che ha lasciato perplessi i più. Lo scontro finale di ogni episodio non è più climax atteso e punto di arrivo, visto che dura solitamente pochi istanti ed è ben poco articolato. Sembra quasi una sorta di concessione per giustificare tutto il resto. Sarà per limiti di budget (tant’è che nelle puntate che precedono il finale non ci sono i “duelli finali”) sarà che l’intera serie è altamente effettata, sarà che il gran finale probabilmente è costato più dell’intera serie, ma fortunatamente la maggiore attenzione è volta alla narrazione. Nessuna empatia per i personaggi, comunque freddi come l’universo che sono costretti a vivere e diretti in modalità decisamente asettica, producendo il risultato che le vicende narrate lasciano il segno.
Merito probabile dei numerosi capaci sceneggiatori da Hasegawa Kei’ichi (suoi tanti super heroes e kaiju movies), Hayashi Sôtarô (che invece arriva dai film e dalle serie di Wizard of Darkness) e Ota Ai (Nexus e Astro Boy), tra gli altri.
Una serie ad alto budget interamente effettata e cosparsa di effetti digitali, di alterna fattura ma perfetti e funzionali quando serve. Tutti gli scontri finali seppur brevi sono entusiasmanti e la già citata ultima puntata è così eccessiva e satura di effetti speciali (tokusatsu, appunto) da rimanere dentro e sorprendere anche un fan di Ultraman già collaudato. Spesso si susseguono delle coreografie marziali “alla aMatrixiana” ma fortunatamente si dimenticano in fretta superate rapidamente da altri elementi più interessanti e originali. La realizzazione dell’Ultraseven X, invece, sfiora e raggiunge la perfezione.
Alterna la resa e l’ideazione delle creature; fa storcere il naso ma mostra rispetto per il pubblico e per una tradizione. Ultraseven X non si vergogna ad alternare goffe creature di gomma ad altre luccicanti di 3D, ricordando una sorta di Wicked City del nuovo millennio.
Gli attori sono meno giovani del solito e sfoderano dei visi anomali, algidi, magari poco allettanti ma perfettamente aderenti all’universo narrato. Sembra ci sia stata una maggiore attenzione ai dettagli e ad elementi esterni alla semplice spettacolarità nella costruzione della serie che comunque non delude anche in quell’ambito. La tuta brillante rossa e grigia risalta nell’oscurità della città, così come i propri raggi di un verde vivace che producono un risultato altamente pittorico e stylish.
Lento, cupo, riflessivo, poco spettacolare arriva tra le altre cose a regalare un’intera puntata basata sul film Psycho di Hitchcock a dir poco incredibile, con un alieno nelle veci di Norman Bates.
Annunciata come miniserie, possiede però un alone di fretta verso la fine come fossero state condensate alcune puntate in una tant’è che l’ultima frenetica e satura di eventi è un attacco al cervello e –soprattutto- agli occhi, con uno scontro finale accecante e frastornante.
Alla regia si sono passati la palla Takeshi Yagi (già all’attivo in Ultraman Nexus), Suzuki Kenji, anche lui proveniente dal Nexus ma con uno sconfinato background nel campo dell’effettistica kaiju, Konaka Kazuya (fratello dello sceneggiatore Konaka Chiaki e regista capace e collaudato di tokusatsu, suo tra l’altro il film del quarantennale) e Kaji Kengo.
Assolutamente da recuperare, tra le cose buone degli ultimi anni. E per una volta il numero ridotto di puntate si rivela un limite e lascia un velo di amarezza.

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