Underworld Beauty

Voto dell'autore: 3/5
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Underworld BeautyPensare che anche un grande vecchio come Suzuki Seijun sia stato giovane fa sempre un po’ di effetto. Eppur questo è il suo primo film in cinemascope, nonché il primo film in cui adottò lo pseudonimo che tutti conosciamo. Ed erano ancora lontani i tempi dell’esplosione lisergica, quella che ancora oggi ci meraviglia per anticipo dei tempi e varietà della paletta cromatica in Gate of Flesh o La Giovinezza della Belva Umana, ma che comunque fremeva sotto i toni di grigio, si veda Story of a Prostitute o La Farfalla sul Mirino, a cui era costretto quando la Nikkatsu decideva di tirare le cinghia della borsa del denaro in produzione. Insomma di Underworld Beauty stupisce l’uniformità di Suzuki, per certi versi, ai canoni stilistici dei colleghi anche se si intravede il gusto per le gru e per l’esplorazione dello spazio nelle scenografie, che avrebbe preferito di lì a poco. Anche la resa dei conti finale tra buoni e cattivi altro non è che un anticipo dei gustosi bocconi che sarebbero arrivati, ad esempio, in film come The Woman Sharper in cui uno dei suoi duelli finali più famosi prende forma.

Acerbo lo era Suzuki, ma certo regala allo spettatore una pellicola di pari livello alle altre della linea Nikkatsu Action. La bellezza della malavita a cui fa riferimento il titolo è interpretata da Shiraki Mari. Akiko è la sorella ribelle di un ex membro della gang di Miyamoto e Oyane, rispettivamente il buono, che ha scontato il carcere senza tradire il cattivo dopo il furto di tre preziosissimi diamanti, e il cattivo per l’appunto. Appena libero Miyamoto decide di prelevare il bottino rimasto al sicuro per anni per darlo al fratello di Akiko, rimasto invalido a causa della rapina, ma Oyane cospira affinché il ricavato vada tutto nelle tasche della sua gang provocando così la definitiva morte del malcapitato Mihara.

I meccanismi sono ben oliati nella sceneggiatura di Saji Susumu, che come negli altri prodotti del tempo, partiti scimmiottando il noir americano, incominciarono invece a fungere da strana stilizzazione della voglia di riscatto sociale dei giovani giapponesi. Il contrasto tra la giovane generazione rappresentata dalla ragazza e la vecchia rappresentata dai ganster va in scena sullo sfondo della vita dei club, al ritmo dello swing, con ragazzi e ragazze scatenati in un post adolescenza certo non disperato, quindi probabilmente più realistico, che si vedeva nei film di Oshima o Ichikawa. Chiaro che la fine della guerra, il patronato americano e tutto il resto cui si fa solitamente riferimento critico e storico fossero là fuori, ma la bravura dei registi Nikkatsu dell’epoca era proprio nel creare una dimensione parallela a cui il pubblico potesse guardare con serenità. Confrontarsi con modelli come la dicotomia tra malvivente buono e cattivo, sognare un’alterità che non corrispondeva al reale mal latente di quella società in ricostruzione, quello che correva nelle strade e sarebbe esploso nel decennio successivo faceva parte del gioco. Si ravvisa qualcosa nei dettagli, si dissolve nel quadro generale, ma in fondo questo cinema serviva anche per una partecipe distrazione talvolta.

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