United Red Army

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United Red ArmyLa United Red Army è stato un gruppo paramilitare generatosi agli inizi degli anni ’70 dall’humus della protesta studentesca e dei movimenti giovanili ostili alla guerra in Vietnam (prevalentemente, ma non solo). Quello che probabilmente ha più interessato Wakamatsu Kôji, ovvero il regista del film basato sulla storia del gruppo, non è tanto cosa la URA ha fatto quanto cosa non ha fatto. Quale gruppo rivoluzionario, nonostante i lutti gravitati intorno alla loro breve storia, poco ha prodotto all’esterno del proprio guscio ma intenso è stato lo sviluppo interno allo stesso. E l’approccio del regista è straordinariamente personale, si gioca sulla lunga distanza (più di tre ore di durata) scindendo l’opera in tre sezioni ben distinte; la prima è una rapida giustapposizione di immagini di repertorio e testi cartacei d’epoca uniti da un continuo tappeto elettronico di sottofondo; solo chi almeno una volta è sceso in strada può cogliere la portata emotiva di questo battito sonoro lontano e astratto che spesso accompagna ogni moto di rivolta urbana (e in questo senso il regista è decisamente accorto nell’utilizzo). Per la seconda parte, duole, ma bisogna evocare una deriva nefasta della disciplina dello zen, riconvertita all’”autocritica”. Si racconta la parte della vicenda situata nella base sprofondata tra i monti in cui perirono in maniera nefasta 12 membri del gruppo. Straordinariamente estenuante e spossante. Questa sezione è in parte stilisticamente legata alla terza in cui è mostrato l’”Asamo-Sanso incident” ovvero la fuga e l’occupazione di una villetta e relativa presa in ostaggio di una donna. Se la prima parte di questa zona narrativa evoca l’estetica di Fukasaku con la macchina a spalla e la conta delle vittime in sovraimpressione,  la seconda, con l’assalto della polizia, è talmente concettuale e astratta da ricordare i film giovanili e duri del regista. Senza sensazionalismi, retorica e sbilanciamenti di parte, Wakamatsu regala un’opera dura ma caparbiamente coinvolgente. Estenuante, non per la durata, quanto per il contenuto e l’approccio anomalo allo stesso, libero e impossibile in molte democratiche parti del mondo. Uno dei titoli più interessanti del 26esimo Torino Film Festival.

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