The Valiant Ones

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Durante la dinastia Ming le coste della Cina vengono sempre più spesso prese d’assalto da bande di pirati giapponesi, i quali non perdono occasione per saccheggiare e massacrare la popolazione innocente.
Il loro dominio si espande a vista d’occhio (anche grazie ai legami col potere corrotto) e dalle coste raggiunge le regioni del Fukien e del Chekiang. Per correre ai ripari, dopo numerosi tentativi andati male, il governatore delle due regioni chiama a sè il comandante Yu Ta You ed i suoi valorosi compagni (i “valiant ones” del titolo). Lo scontro ha inizio e non sarà facile per nessuno.

Trovare le giuste parole per descrivere questo ennesimo e per certi versi rivoluzionario capolavoro di King Hu non è certo un’impresa facile. Valiant Ones è un film estremamente complesso e variegato, nonchè importantissimo per il cambiamento radicale del genere wuxia che avverrà in maniera globale qualche anno più tardi con l’arrivo dei lavori d’esordio di Tsui Hark (The Butterfly Murders, 1979), Johnny To (Enigmatic Case, 1980) e Patrick Tam (The Sword, 1980): tre wuxia-pian capaci di stravolgere quasi tutte le antiche regole che lo governano. King Hu li anticipa e nel 1975, dopo aver già stupito le platee e dato nuova linfa al genere con titoli come Come Drink With Me, Dragon Gate Inn e A Touch of Zen, sforna questo film e colpisce ancora una volta nel segno. Ad interpretare i “valiant ones” in questione chiama praticamente quasi tutti i suoi attori feticcio tranne Tien Feng e Shih Chun (che comunque torneranno nel successivo dittico sulla montagna): la fanciulla guerriera Hsu Feng, il cavaliere errante Pai Ying, il prode e saggio Roy Chiao (che qui torna a scontrarsi contro Hang Ying-Chieh, vincendo ancora una volta, dopo il famoso duello mistico in A Touch of Zen). Ma a fare la differenza, specie durante le numerose scene di combattimento, sono gli attori scelti come avversari: stavolta non c’è solo il vecchio “big boss” del film con Bruce Lee, ma scendono in campo alcuni dei migliori talenti dell’epoca, quasi tutti usciti dalla Scuola dell’Opera di Pechino. Manca Jackie Chan, ma gli altri ci sono tutti: da Sammo Hung (con il volto dipinto di bianco nelle vesti importanti di Hakatatsu, il capo dei pirati giapponesi) a Yuen Biao, da Yuen Wah (ora tornato prepotentemente alla ribalta grazie a Stephen Chow ed al suo Kung Fu Hustle) a Mars e Corey Yuen-kwai (futuro regista di Fong Sai Yuk, My Father is a Hero, So Close). Ed infatti la modernità delle scene d’azione si nota, e non solo per merito di coreografie più articolate e complesse. Il montaggio, vero punto di forza dell’arte di King Hu, raggiunge qui livelli mai toccati prima da un film “marziale”: con una consapevolezza da lasciare senza fiato, Hu porta alle estreme conseguenze il suo stile ed alterna sullo schermo, senza soluzione di continuità, carrellate e piani sequenza ad inquadrature talmente brevi ma efficaci che sembrano dei veri e propri “lampi di genio”.

Il duello finale fra Pai Ying e Sammo Hung è emblematico: l’attacco circolare del primo (caratterizzato da una serie numerosissima di campi e controcampi, alternati ad una velocità impressionante) viene seguito dal contrattacco di Sammo che, balzando altissimo verso il cielo, resta a mezz’aria grazie a continui balzi e capriole nel vento, cercando il momento giusto per colpire. L’arte della spada convive con la mitologia fantastica cinese ed il tutto viene reso con pathos e tensione grazie ad una regia attenta ai minimi particolari, ad un ritmo (leggi “montaggio”) veloce e moderno ed a coreografie atletico marziali degne di entrare nella storia. Ching Siu-tung se ne ricorderà qualche anno più tardi per il suo folgorante esordio, Duel to the Death.

Particolarità del film è anche il fatto di essere ambientato quasi completamente in luoghi aperti: dopo aver infatti scandagliato ogni angolo cinematograficamente utile della locanda, luogo simbolo di alcuni dei passati capolavori di King Hu (uno per tutti: The Fate of Lee Khan), questa volta l’80% dell’azione si svolge in boschi e foreste. Anche il sale di molte delle storie raccontate da Hu, cioè gli intrighi del potere, i misteri, il doppio-gioco, viene trattato in maniera diversa e tuttosommato sottotono. E’ l’azione che la fa da padrona ed in un certo modo si può dire che Valiant Ones rappresenta il punto di non ritorno del wuxia tradizionale e contemporaneamente  il punto di svolta per la contaminazione con elementi fantastici e/o ironici. E lo stesso King Hu ne è consapevole: basti guardare il cambio di registro effettuato nei suoi due capolavori successivi: Raining in the Mountain e Legend of the Mountain.
Impossibile infine non citare almeno due delle migliori scene del film.

La prima, molto lunga e complessa, ha come sede la foresta: mentre i pirati si avvicinano e diventano man mano numerosi, i “buoni” capitanati da Roy Chiao restano seduti a giocare (apparentemente) a Go. In realtà, la tavola di Go serve furbescamente a dare indicazioni sui movimenti del nemico e sulle tattiche migliori per poterlo sconfiggere.

La seconda, non meno movimentata, ha come protagonisti Pai Ying e Hsu Feng: mandati in incognito nel covo dei pirati, devono mostrare a tutti le loro reali capacità marziali attraverso un piccolo test camuffato da lezione: inutile dire che se la caveranno egregiamente.

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