Virgin Breaker Yuki

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Virgin Breaker YukiIl manga di Miki Kosuke (testi) e Matsumori Tadashi (disegni) da cui è tratto il film è di difficile reperibilità persino in patria. Non c’è quindi molto da stupirsi se questo tentativo di creare una nuova saga con protagonista femminile fallì abbastanza miseramente. In tempi migliori la Toei era capace con lo stesso sistema di tirare fuori quattro episodi di Female Convict Scorpio (1972-73, Ito Shunya e Hasebe Yasuharu) da un gekiga di Shinohara Tooru e due episodi di Lady Snowblood (1973-74, Fujita Toshiya) dal capolavoro di Koike Kazuo e Kamimura Kazuo. La rivale Toho faceva da parte sua cassa con una trilogia su Rica (1972-73, Nakahira Ko e Yoshimura Kozaburo) che era stata originariamente illustrata da Bonten Taro. Già furono meno fortunati i tentativi successivi di portare sullo schermo ancora Shinohara con Zero Woman: Red Handcuffs (1974, Noda Yukio) e Bonten con il dittico Sex and Fury (1973, Suzuki Norifumi) e Female Yakuza Tale (1973, Ishii Teruo). D’altra parte almeno le due prime saghe si potevano fregiare della presenza di Kaji Meiko come protagonista a trascinarle, mentre le ultime a stento potevano reggersi sulle spalle di figure notevoli, ma certo meno importanti, come Sugimoto Miki e Ike Reiko. Senza nulla voler togliere alla Jun Masumi, protagonista dei due Virgin Breaker Yuki, bella e altera e certamente in ruolo, bisogna constatare che nonostante la breve distanza cronologica era pur sempre figlia di una diversa epoca.

Un paio di anni di differenza corrispondevano negli anni ’70 a vere e proprie ere. Come la Kaji proveniva dalla Nikkatsu, ma mentre la celebre diva praticamente fuggì da quei lidi per evitare che le fossero chiesti nudi con l’avvento del nuovo brand Roman Porno, la Jun esordì proprio grazie a quella quella linea. Era infatti parte di un certo numero di starlette allevate dalla più antica casa di produzione giapponese che, sfruttando la minima popolarità acquisita, provavano il salto di qualità verso produzioni più consistenti. Peccato che la Toei in questo stesso periodo provava sterilmente a replicare l’exploitation che le aveva fatto fare cassa qualche anno prima, ma senza minimamente riuscire ad affondare alcun colpo. La violenta concorrenza della Nikkatsu stessa non lasciava troppo margine di manovra però e dopotutto i registi migliori erano proprio lì a confezionare le sozzerie migliori del periodo. I film Toei di questo periodo sono così ricchi di situazioni piccanti o estreme gestite in malo modo, che debolmente provano a insidiare i film della concorrenza, rimanendo però sospesi in un limbo a metà tra il film di genere e il pinku vero e proprio.

Makiguchi poi, regista di questo Yuki, certamente è classificabile come una seconda linea. Non peggiore tecnicamente di un Suzuki Norifumi, ma decisamente più sfortunato nei soggetti che gli vennero affidati. Rispetto a quanto avrebbe fatto dopo, robacce becere come Shogun’s Sadism o semplicemente sgangherate come Decapitation of an Evil Woman, questo suo esordio come primo regista è almeno dignitoso. Il merito è probabilmente di un altro esule della Nikkatsu e dal nome importante come Tanaka Yozo, che ne firma la sceneggiatura. In quei lidi firmò due riduzioni importanti, Flower and Snake e Wife to Be Sacrificed, dal leggendario autore di letteratura sadomaso Oniroku Dan, mentre la vera celebrità la raggiunse firmando sceneggiature per Somai Shinji (Sailor Suit and Machine Gun) e per il Suzuki Seijun della trilogia Taisho (Melodie Tzigane e Kagero-za). Qua, ha il suo bel daffare nel rendere accettabile l’esile storiella di una donna specializzata nell’addestrare le giovani prostitute a soddisfare i propri clienti. Nel lodevole tentativo di dare spessore al personaggio, Yuki continua a ripetere a chi vuole amarla: «Non sono una donna». Questo avviene sullo sfondo dei disordini anarchici dell’anteguerra, periodo tipicamente fertile per la narrativa gekiga. Se ne aggiravano sempre sullo sfondo delle opere dei già citati Koike e Taro, così come in quella di altri autori meno noti. Ci si arrivava da destra o da sinistra, in un cortocircuito che voleva questo sottogenere del fumetto, particolarmente sensibile nel sovraesporre certe contraddizioni della società civile giapponese. Il discorso sarebbe lungo e pieno di risvolti, ma certo il film di Makiguchi al di là di un sequel non lascia molto di tutto questo dietro sé.

 

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