Virgins From Hell

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Virgins From HellL’assurda casualità della storia del cinema vuole che questo film sia più famoso all’estero che in patria. Certo è che non si stia comunque parlando di questo grosso successo del cinema indonesiano in occidente, ma il fatto che la Mondo Macabro lo abbia recentemente pubblicato in DVD lo rende certamente più visibile della quasi totalità dei titoli coevi. Difficile anche comprendere come e quando sia uscito negli USA presumibilmente visto che è dotato di doppiaggio e la schede reperibili del film difettano proprio di questi elementi. All’appello dovrebbe anche mancare una presunta uscita almeno in VHS sul mercato tedesco col titolo Virgins of Hell – Furien der Apocalypse che non aiuta lo stesso a comprendere se si tratti di una esportazione diretta dall’Indonesia oppure di un arrivo di rimbalzo dall’edizione americana. Probabile riversamento di questa edizione sarà anche il temibile bootleg della famigerata Retromedia, più famosa dalle nostre parti per un altro fantomatico bootleg di un film inseguito da tanti per anni, ovvero Quattro Mosche di velluto grigio.
Tutto questo preambolo per dire che sarebbe interessante guardare i titoli di testa del film brutalmente tagliati dall’edizione americana, ma magari presenti in quella tedesca almeno per avere una idea delle professionalità coinvolte. Per quanto riguarda le edizioni indonesiane invece c’è ben poco da sperare visto che il film sembra poco interessare sul territorio. Non risultano nemmeno edizioni in video cd dello stesso, cosa comunque curiosa per un titolo della Rapi Films e di Ackyl Anwari, del quale sono reperibili altri titoli ben noti anche per il fattore sleazy tipo Dukun Lintah, horror a base di stregoni e vermoni.

Insomma per quanto affascinante questo pezzo di Indonesia è difficile da affrontare in maniera critica. Lo si può e lo si deve infatti adorare con gli occhi di chi ama scoprire del cinema diverso da quello che gli viene comunemente propinato. L’aggancio più ovvio per il film è quello con i film sulle gang di motocicliste giapponesi, ma i legami sono veramente flebili. Siamo pur sempre in Indonesia, c’è tanta giungla da sfruttare e c’è ancora tanto sentore degli eventi bellici svolti nella vegetazione del sud-est asiatico qualche anno prima.

Chi scrive considera sempre un errore madornale quello di ritenere il cinema pseudo bellico indonesiano un emulo di quello americano. Risulta difficile pensare all’esigenza di un rambo indonesiano quando certi personaggi, ovvero soldati con caricatori al collo sporchi di fango, facevano parte della realtà di quelle parti e non certo del loro immaginario. Più facile pensarlo come la loro declinazione di idee di cinema similari. Più facile ritenerlo lo stesso punto di arrivo, ma giungendo da direzione diametralmente opposta.
Quel che interessa è comunque vedere più cinema exploitation indonesiano. Questo film dà solo l’idea che ci sia ancora da scavare assai da quelle parti. Ci sono bellezze in moto vestite in maniera talmente esotica da diventare culto assoluto.  C’è una muscolosissima carceriera tutta tatuata e dopata dai cattivi. C’è un cattivo ultra cattivo, interpretato dall’attore Dicky Zulkarnaen. Molto celebre in patria, qui è un sadico e torturatore e feticista dell’amore lesbico reso in maniera gigiona e che sfoggia (nei momenti migliori) un abbigliamento messicano che viene fuori dal più goffo dei spaghetti western.

Ci sono talmente tante scene assurde da poterne riempire un intero catalogo. Impossibile non menzionare una povera derelitta legata su uno spiedo dai carcerieri, un carceriere che viene liquefatto dalla terribile miscela chimica preparata dal belloccio coprotagonista Harry Capri e su tutte uno stregone che per eliminare dalla gamba del suddetto belloccio un proiettile lascia infilare un serpentello nella ferita per prelevarlo. Si sommi a tutto questo una storia improbabile: due sorelle (le bellissime Yenny Farida e Enny Beatrice) assistono all’uccisione da parte di Mister Tiger (Zulkarnaen) dei loro genitori che non volevano cedergli la casa per allestirla a centrale di produzione della droga e decidono di fondare una banda di donne (vergini?) per poter sgominare l’associazione criminale. Difficile comprendere se sia una idiozia dell’adattamento inglese o una ingenuità indonesiana, ma tutto la storia non sta in piedi. A cominciare dalla scena delle due che assistono all’omicidio da una collina inspiegabilmente in assetto da guerra con fucile e cannocchiale. Così come non si comprende l’insistenza sul fattore verginità dei titoli, sia quello anglofono che indonesiano (Perawan di Sarang Sindikat) nel quale perawan sta per l’appunto a significare vergine. Fatto sta che questa ossessione per la virginea femminilità è probabilmente una delle poche cose che accomuna la vecchia exploitation degli anni ’80 con il cinema moderno indonesiano.

Tutti questi limiti comunque non inficiano la visione del tutto. Fosse anche per vedere uno dei pochi film arrivati da queste parti delle belle Enny, bellissima nei suoi completini leopardati, e Yenny, prosperosa seduttrice dai metodi bruschi. Entrambi erano specializzate in ruoli sexy  e con un listino film da far venire i lucciconi tra action, fantasy e horror. Da adorare senza esitazioni. Loro e il loro cinema.

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