Waiting In The Dark

Voto dell'autore: 3/5
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Waiting In The DarkMichiru (Rena Tanaka) è una giovane ragazza non vedente che vive insieme al padre (cameo di Ittoku Kishibe) in una casa le cui finestre si affacciano verso la periferica e minuscola stazione ferroviaria di Ooya. Da lì il sino-giapponese Akihiro (Wilson Chen Bo-lin), che ivi si reca per poi raggiungere il posto di lavoro, la osserva durante alcuni suoi fugaci momenti di quotidianità, che comprendono anche il piovoso giorno del funerale del padre. Rimasta sola, Michiru comunica tuttavia ai parenti che vuole continuare ad abitare quel luogo a lei familiare senza alcun genere di assistenza.

Waiting in the Dark si rivela una pellicola molto distante dalla sommaria valutazione che si potrebbe attribuirgli analizzando il nucleo melodrammatico dei primi minuti, trascorsi i quali l’introduzione dell’elemento estraneo orienta aperiodicamente la parte centrale del film verso saettanti istantanee oniriche, dettate più che altro dall’accompagnamento musicale, e territori maculati d’orrore, quel j-horror che Kiyoshi Kurosawa, massimo esponente/creatore di questa onda, ha sintetizzato e portato a florida maturazione con Kairo. Il mondo che collassa divorato dall’abbandono (dei vivi che si struggono per il vuoto lasciato da coloro che amavano, e dei morti che pure nel trapasso riscoprono tristemente la loro precedente condizione di individui isolati, unità singole sguarnite e private d’appoggio), i cui superstiti ricercano insistentemente un barlume di vita, un appiglio che confermi loro di essere fatti ancora di carne e sangue e non già inglobati da un oltretomba che ne disintegra molecolarmente i corpi fino a ridurli a oscure figure nebbiose che infestano le abitazioni. Un immaginario dolente ed apocalittico dal quale Daisuke Tengan, figlio di Shohei Imamura, preleva il germe della solitudine e lo coltiva in una dimensione maggiormente cromatica, fisica e ristretta, quindi più definita e fruibile, che pur smarrendo gli spaventi ultraterreni ne conserva le striscianti e malinconiche paure.

Akihiro è un misantropo, un uomo sradicato della sua identità che soprattutto a causa delle sue origini non riesce a relazionarsi con i colleghi. Un’accusa di omicidio lo costringe a nascondersi, ad emarginarsi di nuovo dal prossimo e dalla società, trovando rifugio con l’inganno proprio in casa di Michiru. Una convivenza forzata e clandestina della quale la ragazza comincia mano a mano ad accorgersi e che forse percepisce in un primo momento come il fantasma del defunto papà, ma di cui non ci è data conferma poiché rimane solo un’ipotesi suggerita da una serie di indizi e mai detta esplicitamente. Assenza che ricrea memorie e situazioni, luce riflessa che filtra nell’iride e che lascia intendere che ci sia qualcosa – dei corpi, delle persone – oltre il non visibile di Michiru. Quella cerniera tra sensoriale e sotterraneo che è sempre stata un soggetto di indagine nei lavori maturi di Kiyoshi Kurosawa. Lei ed Akihiro diventano pertanto due entità barricate dentro quattro mura, la cui mancanza di dialogo, i gesti esasperatamente lenti e il loro muoversi a tentoni nell’habitat casalingo rendono inevitabilmente simili a spettri avulsi dal mondo esterno, che ciascuno teme per ragioni diverse – il buio e la verità – e che insieme cercano vigliaccamente di non subire per mantenere il loro fragile e vulnerabile status quo. Indolenza che non fa altro che metterli in parallelo con quei puntini fluttuanti che placidamente si spostavano sui monitor di Kairo, tenue esistenze che si incontrano, affievoliscono e infine si spengono e di cui è possibile trovare una corrispondenza nei titoli di apertura di Waiting in the Dark.

E’ nello spezzare i vincoli che cingono i due protagonisti che il film imbocca successivamente un’altra direzione, un binario più consono al giallo che comunque non tralascia l’elemento drammatico-sentimentale, sebbene portato avanti tramite un ultimo atto non propriamente intonato eppure necessario.

Una mise en scène non sempre puramente cinematografica e uno sviluppo punteggiato da alcune stasi prolungate vengono vieppiù mascherati dall’intrigante esperienza visiva proposta dal regista che utilizza favorevolmente la carta tutt’altro che trascurabile rappresentata dal cast. Malgrado l’asettica recitazione richiesta dal contesto e una certa rigidità da parte di Chen Bo-lin, nei panni di Michiru, una Rena Tanaka in continua ascesa dà ottima prova delle sue capacità.

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