Welcome To Dongmakgol

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Welcome to DongmakgolDongmakgol è un villaggio segregato dal resto del mondo in cui la vita scorre parallela ad esso, sempre uguale a se stessa. Ma Dongmakgol è anche il non-luogo e il non-tempo, la Zona Franca, il Confine della Realtà dove le contraddizioni possono coesistere, il proto-paradiso mai corrotto da alcuna insidia del mondo moderno. A Dongmakgol la speranza in un rinsavimento della razza umana, di una redenzione all’odio è ancora possibile e può addirittura rischiare di concretizzarsi. Sembra tutto molto retorico, ma in realtà il film non lo è affatto. Anzi, il tono allegro e spensierato della narrazione lo rende godibile dall’inizio alla fine e i buoni sentimenti non sono nemmeno accostabili ai facili preconfezionamenti politically correct a cui l’industria occidentale (e non solo) ci ha abituato.

Ambientato durante la guerra di Corea (’50-’53), Welcome… vede giungere in questo improbabile punto di incontro fuori dallo spazio-tempo contrapposte rappresentanze di soldati nord e sudcoreani, nonché un americano. Prevedibilmente, dapprima le opposte fazioni si affronteranno non dissimilmente da quello che sarebbe stato il loro comportamento nel mondo “reale”, ma poi, man mano verranno inglobate dallo spirito di fratellanza degli umili abitanti del villaggio separato dal mondo, impareranno ad apprezzarsi a vicenda e instaureranno un’amicizia che andrà oltre le ideologie e gli odii.

Per essere un’opera di esordio è lecito supporre che ci sia sotto qualcosa, essendo il budget messo a disposizione non proprio esiguo. E infatti il regista, già accolto nella famiglia della Film It Suda, è stato scelto per sviluppare il copione teatrale dell’affermato regista-commediografo Jang Jin (Guns & Talks, Someone Special, Murder, Take One), il quale aveva già riconosciuto nel giovane Park un talento visionario con il dono di saper rendere cinematograficamente una sceneggiatura. Ma le capacità del regista sono andate al di là delle più rosee aspettative, visto che la storia – già scritta a regola d’arte – è stata arricchita con situazioni dalla potente forza evocativa, che rendono molte scene una gioia per gli occhi e per lo spirito, e con personaggi interessanti, molto veri nelle loro reazioni, e inoltre magnificamente interpretati.

Sarà anche un caso, ma l’attore meno credibile, tra tutti i soldati e gli abitanti del villaggio, è proprio l’americano. Invece Jung Jae-young (No Blood No Tears, Silmido, Someone Special, Wedding Campaign) e Shin Ha-kyun (JSA, Sympathy for Mr Vengeance, Save the Green Planet, My Brother, Murder, Take One) caratterizzano a 360 gradi i due protagonisti con un’interpretazione eccezionale, rendendoli profondamente reali e comprensibili in ogni loro azione. Notevole anche la prova della ormai sempre più richiesta Kang Hye-jin (OldBoy, Rules of Dating).

La fotografia sontuosa dai colori sgargianti, i paesaggi e i tramonti suggestivi e le efficaci luci trasversali aumentano ulteriormente il gusto della visione. E perfino la computer grafica, una risorsa che spesso si può rivelare controproducente se mal gestita, è in Dongmakgol funzionale e professionale, anche se a colpire di più è il suo uso in alcuni casi massiccio e ben distinguibile, ma tuttavia finalizzato a creare meraviglia ad un livello elementare, quasi infantile, come a voler calare lo spettatore dentro ad un cartone animato. Una circostanza che sembra richiamata di continuo anche da certi fumettosi personaggi, da esilaranti situazioni, dagli scenari bucolicamente surreali e dalle sognanti musiche. D’altronde i temi della natura incontaminata, del luogo “altro” da un mondo ostile, dell’amicizia che sa sopraffare le diversità non sono forse i temi preferiti anche dal Re degli anime, Miyazaki? Non è certo un caso che per la colonna sonora Park abbia (con timore reverenziale) indicato e fortunosamente ottenuto la collaborazione di quello stesso Jo Hisaishi, da sempre stretto collaboratore del grande Maestro, che anche in questa occasione ha concepito qualcosa di emozionante.

Il successo su larga scala al botteghino è da attribuire, oltre che alla qualità oggettiva del film, anche al fatto che, pur trattando un argomento delicato come la divisione nord-sud del Paese, Dongmakgol si tiene ben alla larga da facili luoghi comuni, da cadute verso toni melensi, partigiani o predicatori e da implicazioni politiche o ideologiche, concentrandosi invece sugli universali concetti di collaborazione e amicizia, sul ritratto di un luogo dove tutto può ancora succedere e sulla regola prima di ogni buon film: intrattenere.
Una delle migliori produzioni coreane della passata stagione e forse uno dei migliori esordi di tutti i tempi.

 

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