Welcome to the Quiet Room

Voto dell'autore: 4/5
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Welcome To The Quiet RoomLa “quiet room” è una sorta di stanza di deprivazione sensoriale di un istituto di igiene mentale femminile in cui si trova sdraiata e legata la giornalista Sakura Asuka (Yuki Uchida), senza ricordare nulla di quanto è accaduto. La visita del suo compagno riporta alla mente della ragazza una sua “involontaria” overdose di farmaci ed alcool avvenuta la notte precedente. Da questo punto si separano due strade; la prima mostra il passato e il precedente matrimonio della ragazza (il marito è interpretato da Tsukamoto – Tetsuo – Shinya) fino ad arrivare alla verità riguardo la sera prima del ricovero. Dall’altra, la vita ospedaliera della ragazza, obbligata a rimanere nella clinica senza contatti con il partner fuggito all’estero per motivi di carriera. Ovviamente il luogo è affollato da una fauna variopinta di casi umani, tutti al femminile, incluse le pittoresche e talvolta spietate infermiere (su cui spicca quella glaciale interpretata da Ryo, protagonista del Gemini di Tsukamoto).

Non basta al regista soffermarsi sugli sviluppi facili e elementari evocati dai vizi e virtù dei casi che racconta, ma monta un intreccio di eventi e situazioni perennemente in bilico tra il cronico, il paranoico e l’ironico. Un piccolo film candido, scritto in punta di penna e diretto in stato di grazia.
Ne è passata di acqua sotto i ponti dai tempi del suo Otakus in Love, opera originalissima che peccava forse della sindrome asthmatica del ritmo. Questa volta, pur mantenendo un battito cardiaco solitamente pacato, il film si muove con un respiro perfetto e rigoroso, regalando improvvise  impennate di euforia tra cui un balletto surreale sulle note di una canzone delle The Peanuts.
Il regista, di provenienza teatrale, ottimo attore (Ichi the Killer, Yagi & Kita: The Midnight Pilgrims, In the Pool) è anche autore della storia da cui è tratto il film e ne ha curato la sceneggiatura. Straordinario direttore di attori si fa aiutare da un cast stellare di volti noti a partire dal collega Tsukamoto fino a Hideaki Anno (l’ideatore di Neon Genesis Evangelion). Ma è tutto in mano alle colleghe femminili la riuscita vulcanica di Welcome to the Quiet Room; a cominciare da Yuki Uchida (Glory to the Filmmaker!) nei panni sensuali e al contempo laceri e sporchi della protagonista, un’interpretazione sfaccettata e complessa che riesce a fondere le grazie femminili di una protagonista a tutta una serie di malattie cutanee e manie repellenti di difficile approccio empatico. Scelte anomale e libere, lontane anni luce dalla semplicità e –diciamolo- stupidità di tanto cinema occidentale.

Seguono a ruota tutta una serie di bulimiche, anoressiche e fanciulle disequilibrate colme di problemi alimentari. Su tutte svetta Yû Aoi (Hula Girls, Memories of Matsuko), bellissima ma capace di regalare una performance sottilissima e ovattata. Sembrerà incredibile ma probabilmente è merito del regista di possedere un tocco magico capace di fare recitare anche un sasso; comunque anche lei regala un ruolo straordinario che si somma, con continuità e come conferma, ad altre ottime performance del vicino passato. E decine di altre ottime attrici tra cui va di nuovo menzionata la glaciale Ryo nel ruolo di una spietata infermiera brutale.
Il film riesce anche a fare dimenticare anche il I’m a Cyborg but That’s Ok di Park Chan-wook, di similare ambientazione ma soffocato da uno slancio estetico che ne annientava il ritmo e l’immediatezza di fruizione. Welcome to the Quiet Room al contrario non perde mai di vista il rapporto con lo spettatore e raramente sacrifica la narrazione nei confronti dell’estetica, risparmiando talvolta nelle pluralità di sguardo della macchina da presa ma non perdendo mai il filo di contatto con il pubblico. Un piccolo miracolo cinematografico quasi interamente poggiato sulle spalle di attori e di un uomo di cinema ormai giunto a livelli di consapevolezza filmica sublimi. In un mondo giusto un film come questo uscirebbe nelle sale di tutti i paesi e saluterebbe la gente dalle copertine delle riviste di cinema, ma si sa, non siamo in un mondo giusto.

Ennesima, ulteriore dimostrazione dello stato di salute del cinema giapponese specie di quello più indipendente e lontano dai frequenti, ammorbanti colossal impersonali e annegati di effetti speciali.

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