Wet Sand in August

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Wet Sand in AugustA volte il destino di un regista si lega a doppio filo al singolo film. È il caso di Fujita Toshiya il cui nome sarà sempre automaticamente collegato a Lady Snowblood. Quel capolavoro decorato dalla presenza di una dea come Kaji Meiko, istituzionalizzato da tardive imitazioni occidentali come Kill Bill, vanamente declinato in maniera alternativa in patria con Princess Blade, rimane irraggiungibile. Così come i capolavori devono essere per essere considerati tali. L’effetto indesiderato è che la fama raggiunta all’estero da quel film ha finito per oscurare gli immensi meriti maturati in una carriera. Wet Sand in August per esempio spunta spesso nelle classifiche dei migliori film giapponesi di sempre. Per quanto poco valore oggettivo possa avere questo esercizio di stilare classifiche in cinematografie così vaste come quella nipponica, la cosa prova che almeno in patria Fujita non è solo Lady Snowblood, ma anche qualcosa di più.

Wet Sand in August fu uno di quegli inni generazionali destinati a entrare nell’immaginario comune degli spettatori. Sul principio, vista anche la produzione Nikkatsu, verrebbe da pensare a qualche ridefinizione dell’ondata di film che vennero raccolti sotto il nome Taiyozoku Eiga. L’ambientazione data dalle spiagge, la libertà sessuale, i contrasti generazionali ci sono. Gli egoisti e superficiali giovani descritti da Ishihara Shintaro nei suoi libri del primo dopoguerra, da molti paragonati ai contemporanei teddy boys americani, incarnavano così tante contraddittorie difficoltà identitarie dei giovani dell’epoca che ancora oggi è difficile liquidare il discorso in termini di controcultura. Certo è che la realtà descritta nei film Nikkatsu derivati dallo scrittore come Season of the Sun (1955) e Crazed Fruit (1956) era comunque abbastanza distante da quella fattuale fatta di povertà e stenti anche per i giovani. Tra la realtà e l’aspirazione di quella generazione a essere disinibiti come i personaggi prevalse però la seconda che decretò il successo di tali opere.

Di mezzo tra Season of the Sun e Wet Sand in August ci sono però 15 anni buoni fatti di contestazione e bagno in quella sanguinosa realtà. La stessa Nikkatsu stava per cambiare perché preda della crisi e nel giro di pochi mesi dall’uscita avrebbe incominciato a produrre solo ed esclusivamente film erotici con la sua linea Roman Porno per far cassa. Sono nichilisti anche i personaggi di Fujita, ma la realtà che li circonda è del tutto diversa. La sceneggiatura scritta dal regista stesso coadiuvato dall’esperta mano di Yamatoya Atsushi esplora la volubilità di questi ragazzi. Il desiderio di vivere e morire al primo dolore ritorna a più riprese come la ripetizione della scena del tuffo dagli scogli sta ben a simboleggiare, perché nonostante l’ambientazione marina, l’Agosto che vivranno i giovani protagonisti sarà particolarmente tetro. Durante una corsa in motocicletta sulla riva del mare Kiyoshi (Shosuke Hirose) soccorre Sanae (Teresa Noda) che ha subito uno stupro. Da qui prende le mosse l’amore per la ragazza. Intorno ruotano vari personaggi tra cui la sorella maggiore della ragazza Maki (Midori Fujita) e l’amico teppista Kenji (Takenori Murano), che espulso da scuola vive in maniera sregolata e in netta opposizione al nuovo ricco compagno della madre.

La sua irrequietezza è ciò che funge da contagio verso tutti gli altri personaggi nella spirale discendente che corre verso il tragico finale. Proprio quel teso finale ha probabilmente iscritto nella storia questo film. L’elegante occhio di Fujita carica di enfasi l’esplosione di violenza. L’immagine di Teresa Noda, attrice dai caratteri estetici tipici delle bellezze di Okinawa, è una di quelle che rimangono impresse per sempre nell’immaginario di una generazione. Belli, maledetti e disperati. Una costante dei personaggi del cinema popolare dedicato alle subculture giovanili. E la morte che li annulla è sempre lì ad attenderli per renderli immortali.

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