Wet Woman in the Wind

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In pochi avranno notato il ritorno di Akihiko Shiota nei cinema dopo la lunga pausa presa successivamente all’adattamento di Dororo, celebre manga nato dalla matita del grandissimo maestro Tezuka Osamu. Come accaduto in passato a molti autori passati a girare film a budget ben più elevato, le uscite si sono rarefatte. Forse lo stacco tra i primi coraggiosissimi e duri film e questo film ha pesato sul giudizio, spesso viziato da fattori esterni, degli addetti ai lavori. Ad ogni modo nel 2014 Shiota ritorna con il romantico, tratto da una storia vera, I Just Wanna Hug You e più recentemente firma questo Wet Woman in the Wind.

Certamente l’ultimo titolo fa più clamore ad occidente visto che si tratta del tentativo di rinvigorire il brand dei Roman Porno da parte della Nikkatsu per l’anniversario del 45esimo anno di istituzione. A tale scopo vengono reclutati diversi registi di nota fama a girare una manciata di film tra cui l’acclamato Sion Sono (Suicide Circle, Guilty of Romance, Love Exposure), i meno noti Shiraishi Kazuya (The Devil’s Path) e Yukisada Isao (Crying Out Love, In the Center of the World) e per finire il pioniere del J-Horror Nakata Hideo (Ring, Dark Water). Del manipolo il più autoriale di tutti è certamente Shiota. Film perturbanti come Moonlight Whispers e Harmful Insect, curiosi come Gips e tesi come Canary ci consegnarono ormai un decennio fa un regista dalla regia aerea e delicata quanto avvolgente.

Cosa rimane però in questo ennesimo cambio di registro di quell’autore è ben poco però. Wet Woman in the Wind è un divertito compitino che va dalle parti dei film pieni di disincanto di Imaoka Shinji (Frog Song, Lunch box), sebbene privato della disperazione dei personaggi e per giunta non riesce a raggiungere le vette comiche di un Takita Yojiro. Sembra irrisorio dirlo, ma un autore che prova a fare cinema erotico fallisce, mentre dei mestieranti del genere che provavano a fare gli autori riuscivano molto meglio. Non che si tratti di un brutto film, tutt’altro, ma si perde in piccole trovate che sembrano ammucchiate da qualcuno che il genere lo ha sempre amato, traendone ispirazione probabilmente, ma soprattutto quando virato negli angoli più oscuri.

È difficile infatti separare l’esordio Moonlight Whispers dai feticismi visti in anni di Roman Porno. Là si era alla presenza di un cinema alto, che si affacciava e rimestava in quello più terreno, arricchendosi di quegli spunti. Qua invece troviamo un omaggio al genere. C’è la tipica donna randagia, lo scrittore in clausura, una folta schiera di comprimari col loro carico di nevrosi. Il tutto è divertito, svelto, finanche sentito, ma nulla più.

 

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