Whispering Corridors

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Whispering CorridorsNel liceo femminile di Jookran la signora Park, professoressa poco amata dai suoi studenti, scopre qualcosa di strano riguardo una vecchia alunna di nome Jin-ju, che si vocifera essersi suicidata all’interno della vecchia aula adibita alle lezioni di educazione artistica. Prima di riuscire a comunicare la scoperta alla collega Hur Eun-young, ex alunna del liceo e migliore amica di Jin-ju, la signora Park viene però aggredita, uccisa ed impiccata nel cortile, dove viene ritrovata il giorno seguente da un gruppo di tre studentesse…

Whispering Corridors è il primo capitolo dell’omonima saga di horror coreani, seguito poi da Memento Mori, Wishing Stairs e Voice, e di fatto ha tracciato la direzione che anche i film successivi avrebbero seguito: l’utilizzo dell’horror per esprimere concetti più profondi ed importanti, andando a criticare differenti aspetti della società coreana e moderna in generale. Non devono infatti ingannare la trama del film, apparentemente simile a quella di molte altre ghost stories, o le tecniche di marketing impiegate per cercare di vendere il prodotto agli appassionati di cinema horror, perchè Whispering Corridors si distacca completamente dai binari classici del genere e prende una strada molto personale ed originale per un film che è stato realizzato nel cinematograficamente lontano 1998, andando a ricadere più che altro nel drammatico.

Effettivamente la prima parte del film è senza alcun dubbio quella che funziona meglio, perchè, dopo la spaventosa aggressione che conduce alla morte della signora Park, il regista ci immerge nella realtà del liceo Jookran, dove la brutalità degli insegnanti e la malsana competizione fra le alunne sono all’ordine del giorno. Questa crudezza di sicuro va a colpire fortemente uno spettatore occidentale che si approcci al film con lo spirito giusto ed è bene sottolineare che, pur nei suoi eccessi, la realizzazione va ad evidenziare un problema delle scuole coreane, dove le pressioni esercitate sugli studenti sono spesso esagerate e le rivalità sono talmente forti che alcuni studenti vanno in aula alle 6 del mattino per uscirne solo alle 10 di sera; insulti agli alunni, esplicite preferenze dei docenti e metodi educativi discutibili sono purtroppo all’ordine del giorno in certi istituti coreani. Proprio in questa prima parte del film il regista esordiente Park Ki-hyeong fa un grosso lavoro e riesce a colpire nel segno, presentando anche per mezzo della figura del durissimo e disgustoso professor Ho una componente horror molto umana e poco sovrannaturale.

Purtroppo i problemi di  Whispering Corridors emergono nella parte più prettamente di genere del prodotto, quando ci si affida a convenzioni e tecniche classiche (per tentare di) spaventare lo spettatore, effettuando una scelta che appare quasi forzata, come se il regista avesse deciso di girare un dramma adolescenziale nel difficile territorio dell’educazione coreana, ma fosse stato costretto a confezionarlo sotto forma di horror per motivi a noi ignoti. E’ vero che il film è stato realizzato nel 1998 ed allora certe trovate che ora possono sembrare abusate erano in realtà ancora quasi in fase di sperimentazione, ma dal punto di vista della capacità di generare terrore il prodotto paga di sicuro dazio ad opere in questo molto più riuscite come i contemporanei The Ring e Ju-On.

Un discorso a parte merita senza dubbio il finale: coraggioso e fortemente coerente con la prima parte del film, esso va a sottolineare quanto sia grave la perdita di identità all’interno della massa degli studenti coreani, ma forse è danneggiato dalla scelta di rendere troppo esplicite e chiare certe situazioni. E’ vero che il problema di molti horror orientali è quello di non dipanare alcuni punti rimasti oscuri nella trama, lasciando insoddisfatti gli spettatori desiderosi di ricevere tutte le spiegazioni del caso, ma qui forse è tutto così chiaro ed evidente che quell’intrigante alone di mistero che avvolge i finali di molte ghost stories viene un po’ a mancare. Fortunatamente le ultime inquadrature del regista ci regalano un’ottima intuizione, andando a rimediare in parte al problema sottolineato.

Dal punto di vista tecnico e stilistico il film è buono: i colori delle immagini sono spenti e cupi, valorizzando l’inquietante ambientazione impreziosita dai lunghi corridoi del titolo e da alcune lugubri sezioni della scuola; la colonna sonora svolge volutamente un ruolo minore nella durata complessiva del film, facendo capolino nelle sequenze importanti senza mai deludere. Anche la realizzazione (low budget) delle parti in cui il fantasma di Jin-ju fa la sua comparsa è interessante, non avvalendosi di computer grafica, ma solo di un ottimo lavoro dello staff tecnico.

In conclusione Whispering Corridors non è un prodotto perfetto e probabilmente non è neppure adatto per il palato di una buona fetta di spettatori occidentali, abituati ad un altro tipo di cinema, ma ha l’innegabile merito di essere stato fra i primi prodotti a provare ad uscire dai canoni dell’horror per fondere tale genere con il drammatico, costituendo un punto di partenza per opere sicuramente più riuscite, ma successive, come per esempio Memento Mori. Se si è in grado di guardare  Whispering Corridors senza aspettarsi necessariamente una storia terrificante, sarà facile farsi trascinare nella critica per nulla velata ad una certa filosofia di sistemi educativi e perdonare anche alcune forzature o scelte discutibili del regista.

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