Why Don’t You Play in Hell?

Voto dell'autore: 3/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [4,67/5: 6 voti]

why-dont-you-play-in-hell-posterGiunto al suo trentaseiesimo film Sono Sion ha deciso che è arrivato anche per lui il momento di dire la sua sul cinema e sul fare cinema.  Tratto da un copione scritto da Sono quindici anni prima, Why Don’t You Play in Hell (WDYPH d’ora in poi) va a collocarsi in quel nutrito filone di pellicole che affrontano gli aspetti tecnici  e (soprattutto) quelli umani  del difficile mestiere del cinema, il cui esponente più noto è sicuramente Effetto Notte. Nel capolavoro di Truffaut una delle protagoniste dichiara che sarebbe disposta a piantare un uomo pur di completare un film (e non viceversa), ma i giovani protagonisti del film di Sono Sion sono decisi a spingersi ben oltre per realizzare la loro opera d’arte, anche se ciò comporta stringere patti con la yakuza e  gettarsi, cinepresa alla mano, in mezzo a sanguinolente battaglie all’arma bianca.
Il plot, come nella migliore tradizione del regista, è intricato come un arabesco al cui interno si muove una moltitudine di personaggi le cui vite sono destinate a convergere.

Al centro della storia c’è Mitsuko, ex bambina prodigio delle pubblicità, figlia del potente boss della yakuza Muto. Il padre vuole a tutti i costi farla recitare in un film da mostrare alla madre della ragazza, che uscirà di prigione a breve dopo dieci anni passati dietro le sbarre. Purtroppo le sole parti che il padre riesce a rimediare  per la figlia sono ruoli secondari.
Fortuna vuole che la strada di Mitsuko e suo padre incroci  quella del giovane Hirata e i suoi amici, il gruppo dei Fuck Bombers. Aspiranti filmakers fin dai tempi del liceo,  i Fuck Bombers sembrano essersi ormai rassegnati a non sfondare mai nel mondo del cinema. Muto ingaggia per girare un film Hirata, il quale coglie al volo l’occasione di girare il film della sua vita. Purtroppo il tempo stringe e non c’è il tempo per scrivere una sceneggiatura e allestire un set, ma Hirata ha un lampo di genio: lui e la sua troupe filmeranno il raid del clan di Muto nella sede di un clan rivale e ovviamente la protagonista sarà Mitsuko.

Dopo le incursioni nei territori più intimistici e realistici di Himizu e Land of Hope, con WDYPH Sono torna a esplorare il mondo fantastico, grottesco e surreale che faceva da sfondo a film come Love Exposure. Partendo da una trama che definire delirante è riduttivo, Sono plasma un film che attraversa (e stravolge) i generi più disparati, che è insieme un lamento in morte del vecchio cinema e allo stesso tempo un inno al fare cinema, al suo lato più giocoso e punk, al piacere della creazione artistica che ripaga sempre tutta la fatica e la frustrazione che può comportare. WDYPH non è certo una pellicola elegante e misurata, anzi, si tratta di un’opera debordante, perennemente sopra le righe, sospesa tra visionarietà e continui schiaffi al buon gusto, insomma, tutti i marchi di fabbrica cari agli estimatori del regista.
Sono popola il suo film di personaggi con cui lo spettatore entra immediatamente in sintonia nonostante la loro bizzarria.

Mitsuko è la più recente esponente di quella genia di cattive ragazze tanto cara al regista, una bambina viziata capace di inaudito sadismo come di sentimenti puri e autentici. Alcune delle scene migliori (e più violente) del film vedono lei come protagonista: nella prima, dove la troviamo all’età di nove anni, rientra in casa e trova il pavimento letteralmente allagato di sangue, dopodiché, scivolando (!) giunge fino in cucina dove trova alcuni yakuza del clan rivale che la madre ha ucciso poco prima. La seconda, vede Mitsuko riempire la bocca di un ex fidanzato con dei vetri rotti per poi baciarlo appassionatamente, lacerando così la bocca del malcapitato.

L’altro personaggio fondamentale è Hirata, che con la sua bruciante passione e i suoi bislacchi metodi registici artigianali non può non incontrare la simpatia di quelli che, anche solo una volta, magari con mezzi amatoriali, hanno provato a fare “il cinema”.  Hirata e i suoi si riuniscono in un cinema abbandonato, metafora della morte di un certo tipo di cinema popolare, magari più rozzo e artigianale ma forse più vero. Sono dissemina la pellicola di riferimenti all’immaginario e all’iconografia del cinema popolare giapponese e asiatico in generale. Si va da Sasaki, l’attore prediletto di Hirata, che indossa la jumpsuit  gialla e nera che Bruce Lee vestiva ne L’Ultimo Combattimento di Chen, passando per il yakuza eiga di Kinji Fukasaku (verso il quale Sono non ha mai nascosto di provare profonda ammirazione), fino alla grande tradizione del chanbara, omaggiata  nel cruentissimo duello finale a colpi di katana tra i gangsters e gli yakuza agghindati da samurai.

Non siamo dalle parti di un citazionismo cinefilo fine a se stesso, bensì di fronte ad sentito omaggio a quell’immaginario. Un operazione sicuramente nostalgica, forse perfino populista, ma sicuramente onesta. Nell’ultima sequenza, Sono modella la battaglia, le musiche e le coreografie  sull’analoga scena di Kill Bill Vol.1, dove porta alle estreme conseguenze la violenza stilizzata di Tarantino  fino a farla sconfinare in una grottesca e macabra farsa dopo la quale termini del gergo cinematografico come cut e shot assumeranno tutt’altro significato.

Il fatto che  un regista giapponese prenda a modello un film che a sua volta attingeva dal cinema popolare nipponico (che poi è lo stesso che Sono omaggia) assume l’aspetto di una riappropriazione di quelle immagini, rendendole non sterile antiquariato da museo ma materia viva  da cui ripartire per dare vita ad un cinema nuovo.

Come già accennato qualche riga sopra WDYPH è ben lungi dall’essere un film perfetto; come gran parte dei film di Sono risulta talvolta confusionario, pieno di sequenza superflue, ma la quantità di idee e la loro freschezza compensano ampiamente tutti questi difetti. WDYPH è una dichiarazione d’amore verso il cinema, un amore travagliato e burrascoso che vale la pena provare, anche se, come ci lascia intendere Sono, dall’amore per il cinema, sia esso vissuto come registi o come semplici spettatori, se ne esce solo da morti.

CONDIVIDI: