Widow Warriors

Voto dell'autore: 4/5
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Ancora sottofiloni del cinema di Hong Kong, in questo caso siamo nel “girls with guns” ma in modalità molto periferica. Negli anni ne abbiamo viste davvero di tutti i colori, gli “Angeli” e le “killer nude”, le “squadre rosa” e le “gatte nere”, i “quartetti vendicatori” e le “armi nude” ed ora, finalmente, le “guerriere vedove”. Genere laterale, costola di Adamo dell’action virile, spesso ad uso e consumo di un puro pubblico maschile. Invece stavolta andiamo oltre o almeno altrove. Stavolta si eleva una svolta matriarcale, gli uomini periscono tutti tragicamente e le donne dominano sedute al tavolo del potere da dove, fino a poco prima, i mariti e fratelli boss governavano il sottobosco criminale cittadino. Non è avidità o desiderio di potere, è pura vendetta.

Si viene a costruire così un film poco noto, dotato di una dignità maggiore di molti prodotti simili, in cui la sceneggiatura ha un senso e non è mero pretesto, in cui se anche la regia in sé è scialba, ha però un ritmo funzionale e controllato che arriva a regalare alcuni momenti carichi di tensione, alcune composizioni del quadro sapienti e oggettivamente nobili condite da una colonna sonora epica e coinvolgente. A decorare questa torta di celluloide uno stuolo di ciliegine attoriali che fanno quasi gridare al miracolo; prima tra tutte Kara Hui, bella e brava (anche se in una sequenza è truccata così male da sembrare un transessuale), reginetta di tanti wuxia della Shaw Brothers, vistosamente capace anche nelle complesse sequenze marziali, il veterano Shek Kin uno dei più noti e anziani attori dell’ex colonia (cattivo ricorrente nei vecchi film di Wong Fei-hung, pittoresco capoladro in The Private Eyes), la abilissima artista marziale giapponese Nishiwaki Michiko (God of Gamblers) stavolta con capelli a caschetto, Chan Wai-man (My Heart is That Eternal Rose) e molti altri.

Ching Ching (Elizabeth Lee) era andata in Inghilterra molti anni prima, lontana dalla sua famiglia colpevole a suo avviso di essere una delle punte di spicco delle triadi locali. Torna finalmente con il suo ragazzo, e trova un solare clima di ilarità; il vecchio padre/boss (Sek Kin) è in salute e prossimo all’abbandono della criminalità, fratelli e relative mogli vivono in armonia, uno dei suoi fratelli ha addirittura sposato una ragazza giapponese campionessa di arti marziali. Durante una rappresentazione dell’opera di Pechino però, un agguato di una cosca rivale stermina tutti gli uomini della famiglia distruggendo così l’idillio. Quello che fino a pochi istanti prima era un film solare e placido muta in tragedia. Le vedove così siedono ad un tavolo e optano per la vendetta. Ching Ching deve così decidere se fuggire di nuovo o affrontare il suo destino e scoprire così una dura verità.

Non è tanto la componente action l’interesse primario del film, componente che non si rivela nemmeno troppo roboante, quanto l’amalgama tra essa e lo sviluppo narrativo. Un minimo impiego di tempo a delineare caratteri, luoghi, dinamiche riesce a spingere il film a livelli più alti di tanti altri filmacci da dimenticare. Il regista ha passeggiato negli anni tra i generi in modo discontinuo; ricordiamo, tra gli altri, i suoi Crazy Guy with Super Kung Fu e Escape from Brothel. Un film solo per cultori del genere sicuramente, però un gradino superiore a molti altri del filone, quindi da riscoprire.

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