Wizard’s Curse

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Wizard's Curse Lam Ching Ying santo, ma santo subito, perché sai sempre a partire dalla sua comparsa su schermo quali siano le coordinate del film. Santo anche perché quale che sia l’incarnazione del male: vampiro, stregone, spirito vendicativo, è lui l’incarnazione, il simbolo della lotta al male, il taoista diversamente baffuto con la faccia che riconosceresti tra mille. Se molteplici sono i casi di caratteristi riusciti faticosamente a diventare attori al di fuori dal loro ruolo prestabilito, quello di Lam Ching Ying è esattamente il percorso inverso, un buon attore che si reclude nella confortevole, capiente prigione del suo personaggio più noto, quella totale, paritaria fusione personaggio/attore, finzione/realtà che diverse volte si è manifestata nella storia del cinema. Sette anni dopo l’epocale capolavoro Mr. Vampire è ormai trasmigrato nei panni del maestro taoista efficamente, tanto da portare al di là dello schermo il suo nome. Così come era il maestro Lam nella finzione del film, lo era allora anche nella vita reale per il pubblico in sala.

E Wizard’s Curse inizia in Thailandia, come tanti horror sulla stregoneria di Hong Kong, dove una coppia criminale che fa uso di stregoneria è braccata dalla polizia con l’aiuto del nostro baffuto eroe. In produzione e scrittura due simpatici gaglioffi come Lo Wei e Wong Jing, con quest’ultimo come al solito esuberante. Come da prassi nei film di stregoneria ci regala il solito rituale magico che definire bizzarro è puro eufemismo. I cadaveri dei due stregoni rubati alla polizia finiscono nel pentolone con lo sperma di 99 satiri e il sangue mestruale di 99 prostitute per creare la “massima stregoneria”, il mostro più terrificante capace di cambiare sesso, invulnerabile alle armi e senza paura del sole e del fuoco. Non che questo basti visto che cerca di tenersi occupato divorando cervelli e incrementando la sua promiscuità sessuale, poiché entrambe le attività gli fanno guadagnare sempre più potere dalle proprie vittime. Per realizzarlo basta poco: a parte il suddetto pentolone di prelibatezze bisogna per l’appunto metterci in bagno per un’ora due stregoni amanti e crudeli e spietati e morti assieme proprio come quelli freschi di obitorio sconfitti dal maestro Lam. E non dimenticarsi appena resuscitati dal pentolone di dargli in pasto il cervello di due giovani stregoni altrimenti ogni vostro sforzo sarebbe alquanto vano. Poi c’è tempo una settimana di tempo per far cibare ancora la vostra creatura cambia-sesso del cervello di una fanciulla nata alla giusta ora del giusto giorno per renderlo imbattibile persino da un Dio. Il fatto che la figlia di Lam abbia proprio tutte le caratteristiche della suddetta ragazza è ghiotta coincidenza per il mostro sbarcato ad Hong Kong per vendicarsi del maestro.

Fanno il resto del film i continui scambi di sesso della creatura, il suo improbabile e goffo pene luminoso che trafigge le vittime, la sua diabolica fame di cervelli, l’improvvisa intuizione di buttare dentro la moglie del maestro, interpretata dalla grande Mimi Chu Mai-Mai, per formare la magica coppia che sconfiggerà il mostro. C’è tutto quello che serve per un classico Horror (Categoria III) moderatamente esplicito dell’ex colonia, dove come spesso accade di sesso se ne parla tanto, ma se ne vede ben poco. Al banco regia quell’altro curioso figuro di Yuen Cheung-Yan già responsabile di assurdità cartoonesche come Taoism Drunkard e frequentatore abituale del cinema sulla stregoneria di quegli anni. Certo il film che ci consegna non è propriamente definibile bello, ma non è quello che conta nel (sotto)genere, per il quale -beninteso- conta solo vedere e possedere e amare ciecamente ogni follia che abbiano avuto il coraggio di mettere su pellicola da quelle parti. Imprescindibile come ogni altro rappresentante della stessa categoria.

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