Wrath of Daimajin

Voto dell'autore: 2/5
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Il ritorno del Daimajin, ormai mito e franchise, piomba nel terzo e ultimo episodio, il più debole dei tre. La deriva è rappresentata dalla classica trappola della personificazione del pubblico con gli occhi dei bambini. Trappola spesso presente, specie nell’universo tokusatsu. “Spielberghiano ante litteram” dichiara Riccardo Esposito nel testo fondamentale Fant’Asia, ma l’uso dei bambini nell’universo toku è routine e per quanto ovvio (in Giappone certe produzioni sono dirette ad un target infantile) può apparire nefasto per un pubblico, specie occidentale, che fruisce di certo cinema e tv con un occhio parzialmente diverso.

Protagonisti del film, infatti, un pugno di ragazzini antipatici e poco capaci a livello recitativo che devono salvare gli adulti tenuti in schiavitù dal solito signorotto di turno.

Peccato che sia il ritmo, che il cambio di regia (stavolta tocca a Kazuo Mori) nuocciano al film. Alcuni raccordi, alcune scelte di regia sono totalmente sgrammaticate anche se come già nei due film precedenti ovviate dalla bellezza dei set specie quelli in studio. Probabilmente può aver contribuito la difficoltà di gestire un gruppo di attori giovani in condizioni di set particolari, tra finte bufere di neve e altri effetti abbastanza invasivi. Ottimo come al solito il risveglio del Majin anche se ormai di maniera, segue pedissequo quello dei due precedenti film ripetendo e reiterando quei gesti che probabilmente avevano colpito e suggestionato maggiormente il pubblico. Alla fine il Majin rimane una delle creature del fantastico giapponese più interessanti, inesorabile e burbero, avanza dritto verso l’obiettivo travolgendo ogni ostacolo, senza il tergiversare ondivago degli altri kaiju locali ma con fare diretto e cruento (e sanguigno, va detto). Contro di lui stavolta fucili e cannoni. Invano. Quarantacinque anni dopo sarebbe apparsa a sorpresa in Tv una nuova serie, Daimajin Kanon, tributo atto ad aggiornare il mito del personaggio.

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