Wu Dang

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Wu Dang di Patrick LeungWu Dang di Patrick Leung si inserisce a pieno diritto in quella che oggi in Cina sembra una tendenza. Blockbuster massicci impregnati di fantasy e abbondante computer graphica stanno invadendo il mercato della Repubblica Popolare collezionando al botteghino un successo dietro l’altro. Si pensi al caso di Painted Skin II di Wuershan, una vera macchina macina-yuan. Quanti come noi speravano che questo andazzo fosse destinato a cambiare presto è meglio che mettano da parte le preghiere. È questo che il pubblico cinese vuole, è questo che l’industria cinematografica cinese desidera. Wu Dang si aggrega a questo filone confermando un brutto presentimento. Di nuovo, com’è stato il caso di The Sorcerer and the White Snake e A Chinese Fairy Tale, la qualità finale lascia a desiderare. Il film di Leung accumula scene sfilacciate senza un vero senso del ritmo, delle pause, del montaggio. Incolla in sequenza scene di arti marziali, sulle quali torneremo poi, con un’esile avventura per poi rallentare all’improvviso. Prende piede un melodramma infarcito di banalità prima dell’ultimo, orrendo scontro fra buoni e cattivi che sfocia in un finale consolatorio dove l’avventura non conta più nulla e la retorica ci insulta.

Vincent Zhao, novello Nathan Drake, parte per le montagne Wudang. È lui che sponsorizza un torneo di arti marziali che si tiene al tempio taoista, dove fra l’altro vuol far partecipare la figlia. Il suo vero intento è impossessarsi del tesoro nascosto nel tempio. A complicare la sua missione, la bella Yang Mi nei panni di una ladruncola alla ricerca di una spada che, lei dice, appartiene alla sua famiglia. Sulle montagne le cose si complicheranno, i tesori nascondono più di quello che sembra. Ci sono poteri in ballo più grandi dei nostri protagonisti.

Wu Dang inizia ricordando Indiana Jones grazie alla caccia al tesoro e allo spirito avventuriero che pervade le prime scene. Non si parte neanche malaccio, ad essere onesti. Fatta eccezione per le arti marziali, che fin dall’inizio mostrano i limiti delle coreografie di Corey Yuen. Yang Mi non è troppo convincente di suo nei combattimenti, ma persino l’abile Vincent Zhao a tratti risulta impacciato. Il wirework non regala la leggiadria che dovrebbe, e gli scontri sono sospesi fra il desiderio di sottolineare l’impatto fisico e la voglia di giocare con prodezze aeree. L’interesse nelle varie tecniche mostrate nel torneo scema vorticosamente a causa di una sceneggiatura che non sa mai da che parte stare. Dobbiamo concentrarci sul torneo? Sull’avventura? Sul rapporto padre-figlia? Sul legame che piano piano si instaura fra Zhao e Mi? Troppa carne al fuoco. In fretta e furia le arti marziali accumulate in sessanta minuti vengono messe da parte per dedicarsi ad un melodramma assolutamente privo di spessore. Le relazioni fra i protagonisti sono labili per cui è più che normale che ci sia poco interesse verso le vicende personali. La virata fantasy e l’entrata perentoria della CGI negli ultimi dieci minuti rappresentano il colpo di grazia che affossa definitivamente Wu Dang. Energia, fasci di luce, raggi, costellazioni, tutto dentro il calderone, tutto pur di mostrare, ancora una volta, che i soldi non mancano e che le cose vanno fatto in grande. Inutile insistere sulla bruttezza dell’ultimo duello, e neanche iniziamo a parlare del lieto fine, accompagnato da immancabile flashback empatizzante. Si voleva accontentare un pubblico di tutte le età? Solo Patrick Leung lo sa.
Il cinema cinese più commerciale sta mostrando più di quello che per ora è in grado di fare. Non resta che attendere, sperando che ci si accorga presto, in primis in patria, della pochezza celata dallo sfoggio di denaro.

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