Yaji & Kita: Midnight Pilgrims

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Yaji & Kita: Midnight PilgrimsUn “Gay-Road-Movie-Tossicologico??

Infatti, è così. Passo (da gigante) avanti nel campo dei droga movie psichedelici e ultrapop, Mayonaka è formalmente anni luce oltre film anche estremi e riusciti come Paura e Deliro a Las Vegas, fondendo, ma con modalità assolutamente antitetiche ad Izo, tempo, spazio, storia, azione. L’intro, in bianco e nero, cita e mima i vecchi horror giapponesi di Nakagawa e gli Yokai salvo poi mutare in un’inaspettata e grottesca partita a Tetris. Da quel punto arriva il colore, i due eroi amanti, Yaji e Kita salgono in moto (sempre nel periodo Edo!!) e partono alla volta di un tempio sito ad Ise, dove risolvere i problemi tossicologici (fanno bella mostra di sé moderne siringhe e pastiglie bicolori) del ragazzo e raggiungere un locus amoenus nell’accezione semantica relativa alle descrizioni naturali greche e latine. In questo percorso, morale, narrativo, lineare e frammentario, introspettivo e metaforico c’è tempo e spazio per tutto e tutti; flussi di attori, Riki Takuchi (Dead or Alive) lanciato nel suo viaggio verso le sommità irraggiungibili della recitazione sopra le righe, il fumettista Umezu, Sadao Abe, Kumiko Aso, Eiko Koike, e decine di volti noti; tempo, tra salti nel passato in costume, fino a schegge spaziali nella moderna Shinjuku; e poi piccoli bar in mezzo ai boschi sprofondati tra funghi multicolor RGB dall’estetica alla Alice nel Paese delle Meraviglie, studentesse alla marinaretta suicide, fiumi che separano il mondo dei vivi e dei morti tutti uguali a centinaia, Re Artù nipponici e spade nella roccia, la perenne presenza del monte Fuji come vedetta dominatrice dell’eco, fusioni di corpi, una strana divinità del riso, ricordi che riemergono dal passato e eventi rimossi, sequenze canore musicali, investigazioni, fughe, visioni allucinanti e allucinate indotte dalle droghe; e poi morte e separazione, introspezione e melodramma per due estenuanti ore. Perché se è vero che per trascinare avanti un film del genere bisogna spararla sempre più grande, nulla può fare anche l’invasione del 3D per vivacizzare una narrazione che è poi ben poca cosa (come spesso accade nei road movies). Ed arriva infatti dopo un po’ un senso diffuso di stanchezza che non sempre induce ad una sorta di ipnosi narcolettica diegetica ma alla sola noia.
Certo, le sequenze memorabili e irresistibili ci sono tutte e non si  può rimanere seri di fronte al protagonista che stiracchia per metri il pene dell’amico agonizzante.
Il risultato è un film ben difficile da organizzare, perché se da una parte non è di immediata fruibilità a causa della lunghezza e dei tassi elevati di visionarietà, dall’altra possiede un sottotesto introspettivo nemmeno troppo stupido, ammicca ad un pubblico di massa, ma finisce forzatamente per poter fare breccia solo nei cuori di un’utenza ben preparata all’esperienza.
Dando un’occhiata in giro infatti a parlarne sono praticamente solo i siti gay e quelli dedicati alle droghe.
Mayonaka No Yaji-san Kita-san (il bel titolo originale) è come una carpocapsa, divora il frutto dall’interno minandone le fondamenta, lentamente, mentre il colore e la bellezza estetica dello stesso rimane intoccato. Una volta incisa la buccia e scoperto il marcio dentro è ormai troppo tardi.

Il regista è al suo brillantissimo esordio ma lo ricordiamo già come brillante sceneggiatore di chicche quali Zebraman, Iden & Tity, Go, Ping Pong e firma qui sicuramente la sua favola più personale e satura di stimoli sensoriali.

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