Yakuza Apocalypse

Voto dell'autore: 3/5
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Yakuza Apocalypse segna il ritorno di Miike al passato, a quel passato da cui nacque la “moda Miike” (si, anche tra la critica), quel passato a cui i fans continuano a guardare senza prendere atto di un percorso che sta regalando comunque grandi pezzi di cinema. Il fatto è che Yakuza Apocalypse segna si un ritorno al passato, ma non al passato che vogliono i fans bensì ad un passato che vuole Miike stesso. Yakuza Apocalypse non è un film di yakuza ultragore e delirante come poteva essere Ichi the Killer o dinamitardo ed estremo come Dead or Alive. E’ un Miike del passato, del suo passato, di quel passato in cui ancora non era “prigioniero” (?) delle major e dirigeva film liberi, girati in pochissimo tempo, con budget ridicoli e in cui anche la sfrenata libertà narrativa era svincolata dai limiti comunicativi con lo spettatore. E’ una sorta di vacanza ludica, una specie di reset del cervello creativo, un fine settimana fuori porta tra amici con una valigia piena di droghe leggere.
Siamo quindi più dalle parti di un Tennen shōjo Man, ibridato con il delirio yakuza cialtrone di Full Metal Yakuza, poggiato su uno yakuza eiga contemplativo in stile Agitator.
Non c’è furore e frenesia (ne trovate di più in The Mole Song: Undercover Agent Reiji), non ci sono fiumi di sangue  (ne trovate di più in Lesson of the Evil), non c’è un eccesso di follia così esasperato  (ne trovate di più in As the Gods Will), non c’è nemmeno la pacatezza e pulizia formale (ne trovate di più in Shield of Straw) né il profluvio continuo di invenzioni tecniche (ne trovate di più in Ninja Kids!!!), nè le arti marziali e l’azione (ne trovate di più nei due Crows Zero) solo per ricordare che Miike sta continuando a fare quello per cui è diventato noto anche se spesso con altri mezzi e risorse, sempre senza compromessi. Ma c’è comunque dentro tutto quello di cui sopra. E c’è la prova attoriale dell’indonesiano Yayan Ruhian (noto per il dittico di The Raid), tenuto comunque a freno, che si regala un estenuante finale totalmente privo di spettacolarità e fatto di colpi secchi quasi da ricordare la nota scazzottata di Essi Vivono di Carpenter (e dei recenti Crows Zero).
E poi teste svitate, kappa, uomini rana, yakuza che secernono latte dalle orecchie e apocalisse.
Un piccolo villaggio di provincia è dominato da una benevola gang yakuza. Il capo è un vampiro in incognita e alla sua morte per mano di un gruppo folle di assassini giunti in città la cosa sfugge di mano e la pandemia si diffonde. Ma non si tratta di vampiri normali; chi viene morso, qualunque civile di ogni sesso, età e classe sociale, muta in yakuza prima che in vampiro. Si crea così una enorme gang di malviventi maleassortiti che mette in crisi gli altri yakuza rimasti. Il tutto si risolve in un duello finale tra il nuovo capo vampiro e il più potente killer del mondo rappresentato da un combattente nascosto dentro un costume da rana mascotte.
Miike continua ad essere esploratore infantile del giocattolo cinema con il quale continua a giocare senza pudore alcuno, infilando miniature al grado zero di finzione, effetti ultra cheap, il suo vecchio ritmo imbolsito e a tratti aritmico e una fiducia totale nel mezzo cinema come generatore entusiasta di intrattenimento. E’ un film discutibile e indecifrabile finanche brutto, come lo erano tanti dei film di Miike che formavano la parte esterna dell’autore e che tanto abbiamo amato e studiato per cercare di capire la totalità dell’artista, riuscendo comunque a regalare alcuni personaggi e sequenze memorabili all’interno della propria carriera.
L’ennesima prova quindi di come Miike sia stato e continui a essere oltre ad uno dei più prolifici e talentuosi registi sulla piazza, sicuramente il più libero e capace di muoversi tra gli artigli delle produzioni.

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