Yakuza Demon – Kikoku

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Yakuza DemonIl boss yakuza Bunta Muto si trova a dover versare del denaro per supportare il clan Date, a cui è affiliato. Purtroppo, le sue condizioni finanziarie sono disastrose e per pagare il suo debito si impegna a colpire il boss del clan Tendo, rivale dei Date. Seiji Kokubu, che assieme a Yoshi Okamoto è l’unica persona a far parte del clan Muto, per proteggere il suo boss lo fa imprigionare in modo da poter compiere lui stesso la missione contro i Tendo. Tra i clan Date e Tendo la tensione è alle stelle, e l’omicidio del boss Michitane Tendo da parte di Seiji non fa che peggiorare la situazione, scatenando così una furiosa guerra tra clan yakuza. Seiji si troverà ben presto tra due fuochi: da una parte il clan Tendo che lo vuole eliminare a tutti i costi, e dall’altra il clan Date che sostiene la malafede del boss Muto, credendo che si sia fatto imprigionare per scampare al suo dovere…

Se siete alla ricerca di tempeste di proiettili e fiotti di sangue che zampillano da ogni buchino, allora lasciate perdere questo film perché di robe del genere ne troverete ben poche. Certo, in fondo Kikoku è un film sulla yakuza, i personaggi sono dei gangsters che fanno quello che ci si aspetta che facciano: sguazzano nella violenza, gestiscono traffici illegali e cose così, insomma, la tipica yakuza-way-of-life. Ma questo è solo il punto di partenza, la base da cui Miike parte per descrivere la vita e i sentimenti dei personaggi di questo film, che si avvicina decisamente al dramma, se non alla tragedia, piuttosto che al film d’azione sparaccione. In realtà non c’è da sorprendersi che Miike abbia girato un film del genere, se cosideriamo gli yakuza-movie da lui girati appena prima di Kikoku: a partire da Agitator (2001) infatti, il regista ha girato una manciata di film tratti dalle sceneggiature di Shigenori Takechi, autore tra l’altro anche della sceneggiatura dello strepitoso Izo. Tra questi film, figura anche l’adattamento girato nel 2002 del romanzo Jingi No Hakaba/Graveyard of Honour di Goro Fujita, su cui si era già cimentato con successo Kinji Fukasaku per il suo splendido film omonimo del 1975. Miike quindi riprende le atmosfere dei suoi film appena precedenti, dipingendo una yakuza già volta verso il crepuscolo, in piena crisi di indentità e che si trova a dover fare i conti con una società nella quale le antiche regole interne ai clan fanno fatica ad adattarsi al mondo circostante. Si ha quasi l’impressione che le difficoltà più grosse derivino dal mantenere l’ordine all’interno dei clan piuttosto che combattere contro gli altri yakuza per la conquista e la difesa del territorio. C’è chi parla di post-yakuza (ma con ‘sta cosa che tutto diventa post è una definizione che lascia il tempo che trova), e Miike sembra essere giunto con questo film ad un punto di non ritorno per quanto riguarda il genere: ad oggi (2005) Kikoku risulta essere l’ultimo yakuza-movie da lui girato e nei suoi progetti futuri pare non ci sia niente di simile. Ma come dovreste già essere abituati, con il direttore fuorilegge non si deve mai dire mai. Se le tematiche miikiane continuano ad affiorare in maniera comunque meno palese rispetto ad altri film, la parte del leone in Kikoku è costituita dal rapporto che hanno i vari personaggi tra loro, e in particolare dal rapporto che lega lo Yakuza uomo d’onore Seiji Kokubu/Takeuchi con il proprio capo Bunta Muto/Iwaki; una sorta di rapporto figlio-padre, dove il primo fa di tutto per proteggere il secondo (fino a farlo imprigionare per evitare che si esponga in prima persona) e per evitare che il nome di Muto venga infangato, e il secondo che tratta il primo come il figlio che non ha (ma che in realtà ha ma non lo sa, visto che Sachie, la sua donna, glielo ha tenuto nascosto). Più volte durante il film, Seiji compie delle azioni atte a proteggere il proprio boss e soprattutto l’onore del miniclan Muto, rischiando in prima persona: prima ancora che Muto venga ucciso all’interno del carcere (e come poteva non morire in un film come questo) e che Seiji scateni definitivamente la sua furia, un’altra bellissima scena vede quest’ultimo – ricordate sempre che avete a che fare con Riki Takeuchi che ha una ghigna pazzesca e vomita dei grugniti che valgono già la visione del film – recarsi al quartier generale del clan Date per far ritirare la richiesta di espulsione di Muto dal clan. Inutile star qui a dire quanto Seiji riesca ad essere convincente agli occhi dei boss del clan, evitando di portare i cioccolatini o lo spumante, ma usando semplicemente una simpatica pistola e il suo savoir-faire animalesco.

L’altro legame interessante da studiare è quello che lega sempre Seiji al suo fratellino yakuza Yoshi Okamoto(che per metà film fa anche le veci di narratore con la sua voce-off), legame molto forte come si può notare da una manciata di scene brevi ma significative come il bagno che i due fanno nella piscina-sauna – e quale luogo migliore per mettersi a nudo in tutti i sensi – oppure quando successivamente la donna di Yoshi chiede a quest’ultimo se per lui sia più importante lei oppure Seiji. E proprio in questa scena ambientata sulla spiaggia sotto un cielo grigiastro e una pioggia costante che si svolge una delle sequenze più emozionanti ed intense dell’intero film. Seiji e Yoshi stanno mangiando, ben nascosti in un appartamento visto che il primo è ricercato dal clan Tendo che gli vuole fare la pelle. Ad un certo punto a Yoshi arriva una telefonata e alla richiesta di Seiji riguardo all’identità dell’interlocutore, il giovane yakuza risponde che era la sua donna; a questo punto Seiji dice a Yoshi di andare a raggiungerla (dopo un attimo di titubanza – in questa parte del film la tensione e conseguente paranoia è alle stelle, e qualcosa di minaccioso aleggia sui due yakuza). Dopo una manciata di immagini che vedono la ragazza camminare sotto la pioggia per poi salire sulla macchina di Yoshi, il tutto si sposta in riva al mare dove lei pone la domanda sopracitata a Yoshi, ma senza che da lui esca una risposta definitiva: i due infatti vengono sorpresi da alcuni yakuza del clan Tendo che non esitano a sforacchiare Yoshi e a stuprare la donna. Il tutto girato sotto la pioggia, con la lente della mdp piena di goccioline ed alcune immagini sgranate e senza sonoro che non fanno altro che accrescere la sensazione di dolore sordo che i due malcapitati stanno provando. Da una scena del genere si possono fare alcune considerazioni riguardanti il rapporto tra l’uomo-yakuza e la donna: prima di tutto il fatto che quest’ultima sia spesso fonte di guai e complicazioni per il gangster, in questo caso se non ci fosse stata lei Yoshi non sarebbe uscito e quindi non sarebbe stato ucciso. Poi c’è il fatto che per uno yakuza la donna viene dopo i fratelli appartenenti al suo clan, ed infine viene fuori tutta la misoginia che gli yakuza arrivano a provare: poco dopo avere accoppato Yoshi, il leader del gruppo di assassini se ne esce con una frase emblematica come “noi non ammazziamo le donne, le scopiamo”, come se il genere femminile non meritasse neppure di morire con onore ma solo di essere stuprato. E anche verso la fine, Seiji sceglie di vendicare il proprio boss ed esporsi al pericolo ancora una volta dopo essere scampato per miracolo alla morte da parte del clan rivale, anziché rimanere con Sachie che è innamorata di lui e che vorrebbe salvarlo, visto che il suo precedente compagno – il boss Bunta Muto – è stato ucciso in prigione. Ma il desiderio di vendetta è troppo forte per Seiji, la lealtà verso il proprio boss viene davanti all’amore per una donna, non c’è pezza che tenga.

Pur mantenendo i toni del film sul drammatico andante, Miike non rinuncia ugualmente ad infilare qualche sporadica frecciata ironica: su tutte si veda, nella seconda parte del film, la scena dell’uccisione del personaggio interpetato da Kazuya “Izo” Nakayama, uno yakuza del clan Date, col killer che arriva in bicicletta di fianco alla villa superprotetta, e con uno stratagemma lancia una bomba nel giardino dove sono presenti i vari boss Date facendoli saltare per aria in due e due quattro. Ma il bello è quando il ciclista si ferma, in maniera tale da far somigliare il tutto all’arrivo di un ciclista sportivo. Vedere per credere: io ho riso come un matto. Il top del delirio arriva nella scena alternativa finale, presente come extra sul DVD giapponese (e ringrazio Kakihara per la segnalazione): se nel finale originale la tragedia arriva all’apice, in quello alternativo viene tutto ribaltato, ripescando il celeberrimo e strampalato finale del primo capitolo di Dead or Alive.

E dopo la tragedia, che vede la morte di Seiji da parte degli yakuza del clan Tendo in una scena che pochi istanti prima lasciava quasi presagire uno spiraglio di luce (da notare anche qui il senso del rispetto verso il nemico degli yakuza, con il killer che davanti al cadavere di Seiji dice qualcosa del tipo “sei stato un grande”), arriva infine la quiete. La scena finale infatti, vede Seiji, Yoshi e il boss Muto che – riprendendo l’inizio del film – sono su un prato e fanno volare un aereomodello. Gli yakuza tornano in cielo…sperando che Miike prima o poi si cimenti di nuovo con il gangster-movie, visti i notevoli risultati da lui raggiunti.

 

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