Yomigaeri

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YomigaeriDifficile accostare questo film al resto della carriera di Shiota Akihiko. Dai premiati esordi di Moonlight Whispers e Don’t Look Back a tempi più recenti è abbastanza semplice identificare la sua cifra autoriale, fatta di infanzie spezzate e adolescenze inquiete, ma qui ci si trova di fronte ad un oggetto non identificato. Per la prima volta nella sua carriera il regista si trova alle prese con un grande budget rispetto ai suoi standard. Dentro al cast star di prima fascia dello spettacolo nipponico come Kusanagi Tsuyoshi del celebrissimo gruppo J-pop SMAP, Takeuchi Yuko, Aikawa Sho e Shibasaki  Kou, altra popstar notissima non nuova a ruoli attoriali come quello da protagonista di One Missed Call di Miike Takashi. Un salto per questo di diversi gradini in termini di produzioni per i classici canoni di Shiota, ma che si risolve in una enorme e confusa bolla di carinerie assortite.

Nella tradizione della fantascienza dei buoni sentimenti di matrice americana, inaugurata a suo tempo da Spielberg con Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, Yomigaeri narra la storia del ritorno a casa dei defunti dopo la comparsa di un misterioso cratere. Si vorrebbe navigare proprio lì, dalle parti di uno Starman di Carpenter o de L’Uomo dei Sogni di Robinson, ma quel che manca è proprio il respiro ampio da grande sogno collettivo di quel cinema. Sembra spaesato Shiota davanti a tale tema, finisce per annoiare nel cercare la facile via all’intenerimento e il faccione impomatato del buon Kusanagi certo non aiuta a rendere credibile la vicenda. Sembra davvero che la spropositata lunghezza serva solo a fare da lungo preludio alle canzoni di Rui, la popstar interpretata dalla Shibasaki, che ascoltiamo in sequenza nel finale mentre Kusanagi cerca disperatamente di raggiungere e far felice la sua amata.

Davvero poche tracce restano dell’autore, se non qualche accenno qua e là in qualche scena, poiché probabilmente soffocato dalle spinte produttive dovute ai grossi capitali in gioco. Il film fu infatti un successo incredibile di pubblico, ma difficile sapere se vi sia anche soddisfazione artistica da parte di Shiota. Certo è che solo anni dopo avrebbe avuto a disposizione  un budget persino più grande per l’adattamento di Dororo, manga capolavoro del maestro Tezuka Osamu. Anche lì fu parziale fallimento, soprattutto critico, ma decisamente imputabile alla difficoltà dell’impresa, non certo ad un ritirarsi timidamente sui propri passi senza mostrare la propria impronta. Dororo sancì anche la scomparsa dagli schermi cinematografici di Shiota che resta tuttora inattivo, a riprova che non sempre i capitali fanno le fortune dei registi a livello artistico. Di sicuro Yomigaeri si palesa come l’elemento più debole della sua filmografia, un film talmente impersonale che lo avrebbe potuto dirigere un qualsiasi mestierante della fiction nipponica, un fallimento miliardario e posticcio. Verrebbe quasi da dire che queste storie piene di tenerezze assortite sono stonate per il cinema giapponese. Almeno non è questa la strada da seguire, almeno non è Shiota la persona adatta a dipingerne i tratti.

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