Young Detective Dee: Rise of the Sea Dragon

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A tre anni di distanza dal successo di Detective Dee and the Mystery of the Phantom Flame ecco prontamente arrivarne il sequel, o meglio, il prequel, Young Detective Dee: Rise of the Sea Dragon. E le differenze tra i due sono tanto minime quanto macroscopiche. Da una parte un grande risparmio sul fronte attoriale con nomi meno di spicco e di minore talento a fronte dei veterani del primo titolo; al contempo delle vistose migliorie a livello di effettistica digitale che se supera di gran lunga la prova del primo capitolo che era sensibilmente indietro rispetto al blockbuster locale, dall’altra raggiunge quello standard pur restando poco competitivo a livello internazionale. Non è tanto l’effetto in sé ma l’utilizzo che il regista si sta ostinando a farne. Sono passati anni da quella visione immaginifica e da record che era l’uso dell’effetto in Legend of Zu. Qui ci atteniamo al basso sfruttamento anonimo dell’effettistica tranne che nel corso dei furibondi duelli in cui il regista riesce a fare emergere quei pochi punti di interesse e vitalità del prodotto. Già visti comunque nei precedenti film. Perché per il resto Young Detective Dee rappresenta una preoccupante deriva ormai intrapresa da almeno tre film in quella che ormai è la quarta fase della carriera del regista. Nel primo Detective Dee, la mano di Tsui Hark -che, ricordiamolo, è uno dei registi tecnici più essenziali e utili degli ultimi trenta anni- a volte si notava seppure di maniera, restituendo visioni già fruite altre volte nel proprio corpus filmico. Stavolta non c’è davvero nulla; ironia di bassa lega, sceneggiatura pretenziosa ma nei fatti esilissima, immaginario che più che al meraviglioso fa pensare al delirio o all’errore grossolano (l’isola sul finale sembra uscita da un fantasy di Erik Matti) e anche la portata spettacolare del climax con il kaiju non riesce a non evocare la sequenza del Kraken dei Pirati dei Caraibi. C’è davvero poco dell’epica del maestro. Il primo capitolo seppur solare possedeva delle suggestive sequenze oscure e cupe. Qua la luce è sempre piena quasi da evocare un prodotto televisivo, probabile “colpa” del 3D un pò come avvenuto anche in Police Story 2013.
Ma anche i grandi temi personali e ricorrenti sono toccati senza anima. I soliti briganti delle minoranze etniche sono privi di suggestione (basti pensare al “lontano” The Blade, fino a Seven Swords o al recente Flying Swords of Dragon Gate), le armi varie ma prive di anima e personalità, invisibili nel carisma.
Quella che era una suggestione fissa del cinema del regista (e di altri colleghi, basti guardare il recente Tai Chi Zero) ovvero la tecnologia mascherata da magia trovava presenza nel primo film. Qua il fantastico si palesa invece in tutta la propria evidenza disvelandosi fin dalla prima sequenza e mutando il film in un fantasy puro quando il primo era più sulle note di un wuxia “verosimile”.
E anche le eterne figure femminili sono dimenticabili se non per una maggiore sfaccettatura per l’imperatrice Wu (Carina Lau). Probabilmente l’istante più deliziosamente Tsuiharkiano è proprio il finale con la consegna della spada senza lama che sarà poi protagonista del sequel/primo film; ci evoca tutto quello che avrebbe potuto essere, viste le premesse, la saga di Seven Swords bloccata al primo capitolo. Tsui Hark in questa fase di carriera ha finalmente trovato i budget, il successo e gli incassi che non aveva mai probabilmente avuto ma ne sta perdendo in creatività e visione personale. Che poi il film in 3D possa essere un’ottimo spettacolo per gli occhi è innegabile, il regista ne fa un uso sopraffino, ma da un nome come il suo abbiamo sempre preteso, e il più delle volte ottenuto, un cinema macroscopicamente più grande.

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