Young Thugs – Innocent Blood

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Young Thugs - Innocent BloodNel quartiere popolare di Kishiwada, alla periferia di Osaka, nell’arco di un anno si svolgono le vicende di un gruppo di amici che hanno appena finito la scuola superiore e si trovano a fronteggiare l’inevitabile passaggio all’età adulta. Il gruppo è composto da Riichi e la sua ragazza Ryôko, Yuji e Tetsuo, i suoi due più cari amici. Il legame dei ragazzi con la malavita locale è inevitabile, e gli scontri tra gang giovanili sono all’ordine del giorno; ma la vicenda principale è la storia d’amore tra Riichi e Ryôko, piuttosto travagliata a causa di incomprensioni e infedeltà, e coinciderà con il delicato passaggio dall’adolescenza all’età adulta.

Kishiwada shônen gurentai: Chikemuri junjô-hen è un film che trasuda la parola nostalgia da tutti i pori. Non a caso si ambienta alla periferia di Osaka, città dove Miike è cresciuto, ed è evidente quanto il regista si sia immedesimato nelle vicende narrate in questo film, tratte da un racconto autobiografico di Riichi Nakaba, che qui compare anche nel ruolo di Kaoru, barista e malavitoso tutto d’un pezzo.

Il film è in realtà il sequel di Kishiwada shônen gurentai, film girato nel 1996 da Kazuyuki Izutsu e sempre tratto da un racconto di Nakaba; una delle particolarità di Kishiwada shônen gurentai: Chikemuri junjô-hen è che tuttora rimane l’unico sequel girato da Miike di un film non suo, al quale addirittura ne seguirà una terza parte, a detta di molti – e da Miike stesso – superiore a questo secondo capitolo, dal nome Young Thugs: Nostalgia/Kishiwada shônen gurentai: Bôkyô. Evidentemente il nostro regista non ha voluto lasciarsi sfuggire l’occasione di girare questi due film che dipingono così bene il suo periodo adolescenziale, dove l’unico interesse era trovarsi a casa di amici a bere e fumare, girare in motocicletta e scontrarsi con altre bande giovanili, tipici svaghi dei ragazzi che popolavano i quartieri della working class giapponese. Se in questo film il tema nostalgico fa senza dubbio la parte del leone, essendo comunque presente in quasi tutti i film di Miike, si può notare come anche le altre tematiche a lui care vengano a galla, in maniera più o meno palese. E allora abbiamo il gruppo di amici attorno ai quali ruotano le vicende del film, che all’inizio è compatto e affiatato e l’umore dei componenti è sicuramente alle stelle: la scuola è finita, è primavera e i boccioli di ciliegio si librano nell’aria, liberi come e leggeri come gli animi dei protagonisti. Il film comincia con uno scherzo che rasenta la comicità slapstick perpetrato ai danni dell’(ormai ex) professore dei ragazzi, che se da un lato serve a Miike come biglietto da visita per far capire allo spettatore che l’ironia è qui di casa, dall’altro riesce a trasmettere l’affiatamento e l’intesa che hanno i ragazzi all’inizio del film. Le vacanze estive passano tranquillamente e senza pensieri, quasi come fosse un sorta di appendice del periodo scolastico: Riichi e Ryôko sono innamorati più che mai, le scorribande giovanili si svolgono quotidianamente e sono viste dai protagonisti come svago e occasione per guadagnare qualcosa, insomma, tutto è come prima e l’età adulta è ancora – apparentemente – lontana. E’ interessante notare come il regista rappresenti i personaggi, pur immersi in un ambiente violento, come entità praticamente invulnerabili dal momento che non sono ancora passati all’età adulta; ciò va in netta contrapposizione con i personaggi adulti miikiani che vivono in mezzo alla violenza, vulnerabili e a stretto contatto col dolore e con la morte. Questo non fa che confermare in maniera evidente una delle tematiche principali di Miike, ossia la contrapposizione tra infanzia/innocenza e età adulta/violenza. L’arresto di Tetsuo, che va inevitabilmente ad intaccare l’integrità del gruppo, si può vedere come un campanello di allarme per quello che succederà di lì a poco. Con la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno/inverno (passaggio contrassegnato efficacemente dalla scritta che compare in sovraimpressione “Lato A: per l’inverno” – anche questo ha un legame con la nostalgia, visto che riprende il periodo dei dischi in vinile che ricordano a Miike la sua giovinezza) i ragazzi si trovano di fronte al fatto di dovere affrontare la realtà. Ed è così che Ryôko trova lavoro in un salone da parrucchiera, mentre Riichi continua a vendere ciabatte per strada ma con l’intenzione in un futuro di entrare a far parte della Yakuza, prendendo come modello Kaoru, barista di un locale notturno e legato alla mafia locale. Un giorno Riichi incontra una sua ex compagna scolastica, Naomi, nel frattempo fattasi carina e appetitosa; non passerà molto prima che il mascalzone cominci una relazione con questa ragazza.

Malauguratamente Riichi viene però colto con le mani nel sacco da Ryôko che rimane comprensibilmente shockata davanti ad un fatto così grave, e non esita a voler chiudere tutti i rapporti con il suo fidanzato in una intensa scena che si svolge ad un tavolino di un bar nella quale ella rovescia un bicchiere di acqua in testa a Riichi. Questa separazione sarà importantissima per entrambi, nonché un punto chiave dell’intero film: Ryôko viene messa davanti alla cruda realtà, la perdita di Riichi coincide anche con il suo passaggio all’età adulta in maniera netta e decisiva, e apre così una nuova fase della sua vita. Per prima cosa infatti, quest’ultima porta a Yuji tutte le foto scattate sin dall’infanzia fino ad arrivare alla fine della scuola, segno della decisione di voler cancellare totalmente il passato, inoltre si taglia i capelli, altro gesto simbolico per indicare il taglio netto con il periodo adolescenziale e l’ingresso nell’età adulta. Yuji, anziché distruggere le foto come gli è stato chiesto da Ryôko che non ne ha avuto il coraggio – sarebbe stato troppo doloroso – le porta a Riichi, in un disperato tentativo di rimettere a posto le cose per tornare ad essere tutti felici. Questo porterà Riichi all’inizio di una fase di profonda depressione (e da qui a poco comincerà il “Lato B: per l’estate”) che lo farà riflettere sulle proprie scelte e lo renderà insensibile a tutto quello che nella fase precedente della sua vita lo emozionava: persino le provocazioni dei bulli di strada, che prima erano il suo pane quotidiano, adesso gli sono completamente indifferenti, e addirittura arriverà a rompere anche con Naomi subito dopo aver bruciato le foto di Ryôko, resosi conto che il passaggio ad un’altra fase della sua vita non è quello che veramente sta cercando e che sta solo facendo soffrire le persone che gli stanno intorno. Quando Riichi, nel pieno della sua depressione, va a trovare la madre, alla domanda riguardante lo stato di salute del padre lei risponde con la frase “quando combatti, assicurati di vincere”. E questa frase fa si che Riichi si renda conto che alla fine dei conti a lui va bene la vita da bulletto di periferia che ha sempre fatto, e non gli interessa affatto diventare adulto (e responsabile); a dimostrazione di ciò, il giorno seguente Riichi non esita a buttarsi di nuovo nella mischia come ai vecchi tempi…

Nel frattempo Yuji si innamora di Masae, una collega di lavoro di Ryôko, e a fatica riesce a fare breccia nel suo cuore, anche se fin dall’inizio qualcosa di negativo aleggia sulle spalle dell’amico di Riichi, senzazione che scaturisce da due scene che fanno capire che presto Yuji non ci sarà più. Come spiegato in maniera egregia da Tom Mes nel suo Agitator: The cinema of Takashi Miike, in questo caso il regista mette a conoscenza lo spettatore di qualcosa che i protagonisti ancora non sanno, ovvero la scomparsa definitiva (morte?) di Yuji, unico dato certo visto che ancora non si conosce né come né quando esattamente tutto ciò succederà. Anche questa nota stonata va ad aggiungersi all’insieme di eventi spiacevoli che comporteranno l’inevitabile disgregazione del gruppo, inframezzata da brevi momenti di felicità dovuti all’apparente riavvicinamento da parte soggetti ma che in breve tempo si rivelerà nient’altro che un’illusione. La scena che meglio rappresenta questo aspetto è quella che vede Tetsuo tornare dai suoi amici dopo un periodo passato in gattabuia. Il gruppo sembra essere tornato ai vecchi tempi, Tetsuo è felice perché ha un bel macchinone sotto il culo – il fatto che ciò lo renda felice come un bimbo denota la sua immaturità – e i tre amici partono per un bel giro a tutta birra. Ma dopo poco, per colpa di un pirata della strada, la macchina andrà a schiantarsi fuori strada lasciando i passeggeri miracolosamente illesi, e facendo tirare allo spettatore un respiro di sollievo, visto che da un momento all’altro ci si aspetta la morte di Yuji. E infatti, in una scena girata e montata in maniera magistrale dal regista, Yuji, dopo una serie di falsi allarmi, troverà la morte grazie ad un fulmine ma il tutto assumerà un aspetto tragicomico anziché drammatico. E il fatto che per Yuji la morte sopravvenga proprio in questo momento può ragionevolmente significare che il mondo di violenza concreta comincia a far parte della vita dei personaggi, che perdono l’invulnerabilità e l’innocenza passando dall’infanzia/adolescenza all’età adulta.

Bravo comunque è il regista, che in questo tipo di scene mostra il suo lato più anarchico e selvaggio, suscitando nello spettatore delle sensazioni che secondo le convenzioni non dovrebbero comparire. Dopo questo evento irrimediabile, ogni elemento del gruppo va per la sua strada, e mentre Riichi continua nel suo voler rifiutare il passaggio all’età adulta, Ryôko ha già fatto la sua scelta di voltare pagina e iniziare così una nuova fase della sua vita (guardate la scena dell’addio tra i due, veramente intensa).

La componente violenta, marchio di fabbrica dei film di Miike, in Kishiwada shônen gurentai: Chikemuri junjô-hen compare in un qualche modo frenata per i motivi di cui sopra riguardanti il contrasto tra infanzia e età adulta. Dal punto di vista visuale quindi, di sangue ne scorre meno che in molti altri film del regista, e anche il rosso che solitamente è sempre ben presente in film del genere (guardate Fudoh dove il colore è utilizzato in maniera magistrale) in questo film è meno evidente. Il rosso è però ben presente in una delle scene visivamente più belle del film, ambientata all’interno del locale frequentato dai protagonisti, dove vediamo una donna che comincia a danzare al suono di un flamenco. Dopo pochi passi di danza, la donna si lascia avvolgere da un velo rosso e si lascia trasportare sempre più dal sinuoso incedere della musica, e anche gli avventori sono come stregati da questa musica ammaliante in un crescendo di intensità, fino ad arrivare al termine dove tutti sono stremati. E non a caso la scena del flamenco si svolge in un momento emotivamente delicato nonché intenso del film, ossia quando Ryôko lascia Riichi dopo averlo scoperto con Naomi e cade in profonda crisi, intensificandone così il pathos. A mio avviso, uno dei momenti più alti del film.

Assieme ai successivi Young Thugs: Nostalgia e Dead or Alive 2: Birds, questo Young Thugs: Innocent Blood è uno dei film più rappresentativi di Miike per quanto riguarda il tema della nostalgia. Se non un capolavoro – ogni tanto affiora qualche evitabile rallentamento –  il film rimane pur sempre un ottimo lavoro, uno dei più personali, dove si riesce quasi a percepire come la materia ivi trattata stia a cuore al regista.

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