Yoyochu in the Land of the Rising Sex

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Yoyochu è un lungo documentario che analizza, attraverso la figura di Yoyogi Tadashi (vero nome Watanabe Teruo), regista di Adult Video, l’evoluzione del porno in Giappone, dagli anni Settanta, l’epoca dei Pink Eiga, a oggi, con il mercato digitale e dell’home video ancora in piena evoluzione. Ma non si tratta solo di semplice esposizione di corpi, di esibizione oscena fine a se stessa. Yoyogi è diventato celebre nel suo campo proprio perché  segue una sua filosofia ben precisa nel realizzare i suoi film. Il documentario di Masato Ishioka, per lungo tempo al suo fianco come assistente, è densissimo in realtà di riferimenti a un modo di pensare peculiarmente asiatico, quasi animista e panteista, e a una società, quella giapponese, con le sue infinite declinazioni del concetto di peccato, di pudore e di religiosità. Anche il sesso in tutte le sue manifestazioni fa parte di questo sistema, ed è, come il cibo o altre funzioni dell’organismo, anche un’espressione di sé e della propria personalità. Per Yoyogi, il sesso è anche un mezzo di liberazione per le donne che compaiono nei suoi film, un modo per raggiungere la piena realizzazione di sé e per conoscersi profondamente. A volte esse hanno subito gravi traumi, che esorcizzano e superano anche in questo modo. Alcune di loro rivelano che fare l’amore di fronte a una telecamera è come annullarsi e sprofondare nel grembo materno per poi ritrovarsi. Il documentario affronta poi, trasversalmente anche altre tematiche, il cambiamento del mercato cinematografico in generale negli ultimi quarant’anni, il complesso rapporto tra istituzioni e censura, con i riferimenti alla celebre causa per oscenità del 1972 contro la casa di produzione Nikkatsu con i suoi Roman Porno, che coinvolse anche lo stesso Yoyogi Tadashi, nomi celebri come Imamura  e Oshima e altre questioni più delicate riguardanti la vita privata del protagonista. Yoyogi, oggi settantaduenne, non è una figura facile da tratteggiare nei suoi risvolti biografici e nel suo modo di gestire i rapporti tra il lavoro che svolge e le ripercussioni che inevitabilmente esso ha nei suoi legami con la moglie e la figlia, oggi adulta. La sua posizione ha dovuto tener conto di un’attività coinvolgente e appassionante per lui, ma socialmente non del tutto accettata, che lo mette in contatto con il lato più intimo di persone di ogni genere, e del suo ruolo di marito e padre.

Inevitabile però che la tesi proposta da Yoyochu e la sua lettura del ruolo femminile possa apparire, per quanto plausibile e umanamente condivisibile nel contesto di una cultura come quella scintoista, discutibile se estrapolata dal contesto nipponico. A volte l’ambiguità prevale e viene il dubbio che le idee espresse da Yoyogi in fondo non siano nient’altro che un modo per giustificare o mascherare uno sfruttamento e una mercificazione del corpo che nella cultura occidentale verrebbe ben poco tollerato. A ben vedere liquidare il tutto con una lettura di questo genere sarebbe forse riduttivo e un po’ limitante. Nel vedere il film, viene anche il dubbio in effetti, che forse, ci sia più sincerità nel fare pornografia così, che non nello sbandierare la nudità in modo gratuito, come avviene spesso nei mezzi di comunicazione a cui siamo abituati. Il fatto è che, convinzioni a parte, Yoyochu, proprio come dovrebbe essere per il buon cinema, respinge  o attrae senza rimedio, che lo si accetti o lo si bolli come eccessivamente permissivo e lo si rifiuti in toto, non passa inosservato.

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