Yo-Yo Girl Cop

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Sukeban DekaUna raccolta di manga di Shinji Wada (20 milioni di copie vendute) si trasformò sul finire degli anni ’70 in una lunga serie TV, in tre film a metà anni ’80 e in OAV a inizio ‘90, prodotti quasi interamente gestiti da un’unica mente, quella di Hideo Tanaka. L’assunto di base era sempre lo stesso, ossia ragazzine particolarmente abili a livello marziale, magari con rudi precedenti penali, che venivano infiltrate dalla polizia nelle scuole (spesso dietro ricatto come arma di controllo), vestite alla marinaretta e armate di un letale yo-yo per combattere la delinquenza ad alterni livelli di gravità. Solitamente in ogni serie e film la protagonista, Asamiya Saki, era interpretata da una diversa “idol”.

Gli anni dal 2004 al 2006 sono stati quelli del restyling di numerosi eroi popolari giapponesi (Devilman, Kyashan – La Rinascita, Cutie Honey, Tetsujin); i personaggi, fossero di serie, manga o film venivano ripresi dalle major, ripuliti, aggiornati dalle nuove tecnologie e riproposti al pubblico. Il fatto poco comprensibile è che sempre più spesso sono stati presi in considerazione personaggi originariamente poco mainstream vuoi per i loro eccessi sessuali (Cutie Honey) vuoi per quelli violenti (Devilman) e sovente si è andati incontro ad uno snaturamento del personaggio con conseguente delusione dei numerosi fans.
Questo Sukeban Deka invece, nonostante barcollamenti e una parte centrale leggermente fuori ritmo si rivela un’opera di intrattenimento estremamente piacevole, vivace, a tratti esaltante, assomigliando a livello di forma ad un vecchio film di Hong Kong.

Asamiya Saki, viene riportata in Giappone dagli Usa e obbligata ad infiltrarsi in una scuola per scoprire cosa c’è dietro ad un fantomatico sito web denominato Enola Gay, zona virtuale apparentemente responsabile di numerosi attentati esplosivi suicidi. Dovendo sottostare al ricatto posto dalla polizia che afferma di avere catturato la madre negli Stati Uniti, la ragazza si fa largo tra le bande scolastiche scoprendo un piano mastodontico di rivoluzione dinamitarda.

Kenta Fukasaku, il regista, è un ottimo figlio d’arte. La sua precedente regia, Battle Royale II era stata l’ultima opera in cui suo padre, il maestro Kinji Fukasaku, aveva iniziato a mettere le mani prima di morire (tra Battle Royale II e questo film il regista ha comunque diretto anche un altro titolo, Under the Same Moon). E questo Yo-Yo Girl Cop inizia proprio come fosse un doppio finale del precedente film: una ragazza barcollante si muove per le vie affollate di Tokyo cercando di allontanare da sé la folla visto che stretto al suo torace è fissato un counter e una bomba. Il “beep” emesso dall’ordigno dalla sequenzialità sempre più serrata evoca molto da vicino lo stesso meccanismo dei collari esplosivi della saga di Battle Royale. Il film inizia proprio così, con questo nefasto rumore che esordisce fin dall’apparizione del logo della Toei, come rigoroso continuum della precedente pellicola e si ferma solo durante gli strepitosi titoli di testa in silouette. Tutto il seguito è coerente sia formalmente che tematicamente con la precedente opera del padre del regista. Kenta ha studiato la lezione e gestisce proprio come suo padre le frenetiche sequenze di massa e di caos, utilizza i leggeri zoom per carpire dettagli anche durante le febbricitanti sequenze di camera a spalla, oltre a non privarsi di numerose scritte in sovraimpressione atte a scandire tempi e luoghi. Il tutto ovviamente filtrato attraverso la propria sensibilità e le possibilità delle nuove tecnologie. Tematicamente il discorso è ancora più complesso. Il padre del regista era un rivoluzionario sempre scettico nei confronti del potere, della polizia e delle istituzioni, i poliziotti nei suoi film erano sempre persone spregevoli e per una volta che doveva porne uno come protagonista (il Sonny Chiba di The Doberman Cop) lo mandava in giro con un maiale in braccio circondandolo da decine di poliziotti psicotici e violenti per compensarne uno “buono”. Ovviamente in questo caso, spingere avanti coerentemente le tematiche a lui care era assai complesso visto che la protagonista comunque dipende dalla polizia e non poteva deragliare troppo dai binari imposti dalla produzione. Però è facilitato dal fatto che la ragazza in realtà è una malavitosa e “lavora” per la polizia solo a causa di un ricatto morale, visto che sua madre è in loro ostaggio, e quindi non è del tutto contaminata dalle brutture proprie del potere lascivo delle strutture poliziesche; questo carattere è esplicato nella bella sequenza al semaforo in cui mentre la folla si muove in massa tutta nello stesso senso Asamiya Saki attraversa la strada nella direzione opposta, affrontando il gruppo controcorrente per raggiungere l’amica dall’altra parte della strada. Al contempo i “cattivi” sono perfettamente un proseguo del passato; dei combattenti dinamitardi che aiutano i perdenti e i repressi fornendo loro ordigni per vendicarsi. Ad un certo punto il capo dei villain (interpretato glacialmente da  Shunsuke Kobozuka, fratello minore di un altro noto attore, Yosuke Kubozuka) arriva ad accennare un qualcosa come “dichiariamo guerra ai professori e agli adulti” che in parte era lo stesso subtesto di Battle Royale II. Come fare coesistere quindi le due idee narrative? Il regista rivela alla fine che il vero obiettivo dei combattenti non era altro che convogliare l’attenzione e le unità di polizia in un unico luogo per poi operare una mastodontica rapina in banca. Sul finale così (com’era stato accennato già precedentemente) viene fuori la vera morale dei combattenti; “ci annoiamo, vogliamo divertirci” dice il boss dei dinamitardi. Viene così evocata una nuova generazione di giovani, la generazione del “Suicide Club”, non più combattenti, privi di carica rivoluzionaria, annoiati e in cerca di piaceri immediati, che siano un’opera dinamitarda, un suicidio di massa o la prostituzione per comprarsi merci griffate poco importa. Un perfetto, coerente proseguo di un’idea morale di cinema che si tramanda di padre in figlio. Il miraggio romantico dello sbocciare della giovinezza del padre si infrange con la realtà urbana delle nuove generazioni, lontane anni luce da quelle postbelliche di Kinji Fukasaku.

La  protagonista (Aya Matsuura) e l’antagonista (Rika Ishikawa) sono interpretate da due idol/cantanti di passaggio nell’ Hello! Project (v. recensione del film delle Mini Moni per maggiori informazioni) mentre troviamo un enorme e volgare Riki Takeuchi come tutor di Asamiya Saki, e l’attrice che interpretò la prima serie televisiva della saga, Yuki Saito, nel ruolo della mamma della protagonista. Le sequenze action sono gestite da Yokoyama Makoto, già attivo sui set dei super sentai, mentre il consulente per l’utilizzo dello yo-yo è Takahiko Hasegawa, campione del mondo nell’utilizzo dell’oggetto.

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