Yuva

Voto dell'autore: 3/5
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YuvaTrovare al Festival di Venezia Yuva è una piacevole sorpresa, principalmente per il fatto che la regia è di uno dei più interessanti registi attuali di Bollywood, quel Mani Ratnam, autore dell’immensa trilogia composta da Roja (1992), Bombay (1995) e Dil Se (1998), tre film stupendi, profondamente radicati nel contesto sociale del paese. Yuva continua questo percorso inserendo i tre personaggi principali (e le tre donne di contorno) in piena contemporaneità, fatta di lotte studentesche, politicanti corrotti, riscatto sociale ottenuto tramite la violenza.

Il film è composto di tre macroblocchi. Il primo, volutamente confuso mette in scena tutti i personaggi rapidamente per farli scontrare in un evento cardine. Da qui il film assume la struttura narrativa di Rashomon dividendosi in tre e mostrando per ogni personaggio maschile il percorso che l’ha condotto a quello svincolo. Ma con la chiusura del cerchio il film non termina visto che c’è una lunga seconda parte, snodo ed epilogo che chiude il film (e che dura circa la metà della pellicola).

Ognuno dei tre brandelli narrativi è diretto con uno stile leggermente diverso dagli altri. Il primo ad esempio storia di violenze, di vita di carcere e di ascesa sociale di un giovane  “gangster” sembra una versione non griffata dell’hongkonghese Young & Dangerous, mentre una rissa in prigione, sotto la pioggia e nel fango sembra uscita direttamente da un film coreano (The Coastguard, si, ma anche Nowhere to Hide).

Il secondo brandello viaggia più sui binari hongkonghesi, storia di studenti idealisti, contiene anche questo una rissa ma articolata come quelle di Jackie Chan (anche il costume dell’attore un pò lo ricorda); e quindi composta dal rapporto dei corpi con gli spazi, utilizzo degli oggetti, ralenti e così via.

Il terzo brandello esula dalla violenza, è praticamente una tormentata storia d’amore e quindi la regia è più spensierata e aerea.

Le classiche sequenze musicali, in numero ridotto (solo 6) sono più svogliate del solito e poco coreografate a parte quella stupenda sulla spiaggia con i due amanti. Sembrerebbe quasi un voler ammortizzare il fattore musicale per rendere il film più adatto ad un pubblico internazionale, ma d’altronde questa sembra essere una corrente intrapresa da diversi film indiani ormai (per esempio in Bhoot di Ram Gopal Varma non ci sono pezzi musicali). Il film non è forse il capolavoro di Mani Ratnam ma si attesta su livelli medio-alti, regala alcune sequenze molto suggestive (la rissa sotto la pioggia e la già citata sequenza sulla spiaggia, tutta gru vorticose e immagini capovolte) fino a raggiungere il gran finale composto da una magistrale scazzottata in mezzo ad un’autostrada trafficatissima, tra auto e mezzi che sfrecciano tra i tre rivali, mentre questi afferrano oggetti dai veicoli in corsa (compresa una borchia di una ruota) da usare come arma. Ripeto, si respira aria hongkonghese, quell’aria di sequenze realizzate sulle autostrade tra veicoli in continuo rischio di collisione come sul recente Love Battlefield o dei classici The Big HeatBeyond Hypothermia.

Sorprese e conferme dagli attori, tra cui non si può non citare Abhishek Bachchan, figlio del grande attore Amitab Bachchan, identico a suo padre da giovane, interpeta il ruolo di Lallan, l’odioso e violento esecutore di un politicante locale. Il belloccio e onnipresente Vivek Oberoi fa il suo dovere nel ruolo di Arjun, un giovane mieloso ed innamorato di Kareena Kapoor, bella ma perennemente con la sua espressione da posseduta. Completa il quadro il convincete Ajay Devgan, molto bravo nel ruolo di Michael, ormai una conferma del suo talento dopo film come BhootCompany.

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